Quando vendo perdo il controllo. Non sono mai stata una venditrice prima d’arrivare in Senegal. Fino a oggi ho sempre sentito parlare di malattia da Shopping compulsivo. Ecco, io ho la malattia da vendita compulsiva.
Da quando vivo in Senegal, vendo tutto. Venderei qualsiasi cosa per la quale mi si mostra un certo interesse.
Che belle scarpe. Sai, io le vendo.
Che buon profumo. Sai, io li vendo.
Che bella collana. A casa ne ho una scatola piena da vendere.
Hai anche creme per il corpo? Certo. Anche creme dopo barba per uomo. Ah, ho anche profumi da uomo. Devo verificare quanti me ne sono rimasti.
Che bei capelli. Beh no, quelli non li vendo, ma c’è gente che lo fa. Mi farebbe un po’ schifo toccare e vendere capelli che un tempo sono stati sulla testa di qualcuno... brrr!
Alphonse un giorno per generare in me più ribrezzo mi ha detto che qui si vendono capelli di donne toubab morte. Già mi immagino al cimitero, di notte, a fare lo scalpo alle defunte.
Ad ogni modo, sono entrata nella psicologia del venditore e l’ho rielaborata a modo mio.
Vendere a Dakar non significa mettere un cartellino col prezzo sulla merce. No, assolutamente no. Significa innanzitutto scegliere il tipo di merce da vendere. Ipotizzare dunque il tipo di merce che piace a tutti e a tutte. E qui è veramente facile, perché ci sono dei presupposti.
Il primo è che qualsiasi cosa venduta da una toubab, ha agli occhi degli acquirenti, un valore e una bellezza superiore a qualcosa venduto da un senegalese. Dunque il rischio di non riuscita, è veramente basso.
Detto questo, io scelgo oggettivamente sempre cose molto belle. A parte quando a volte vendo cose non scelte da me ma che qualcuno vuole che io venda.
Scelta la merce, devi scegliere il prezzo da cui partire per avventurarti nella vendita. E io, come tutti quelli che vendono a Dakar, scelgo il prezzo in base all’acquirente che ho di fronte.
Una camicia da uomo, posso venderla dai 1000 ai 10000 CFA, a seconda di chi mi capita sotto mano.
Se mi stai simpatico, o rientri nel giro di amici di cui conosco la situazione economica, allora parto da 2000 cfa per scendere massimo a 1000 cfa (1,5 euro circa). E di solito tu compri.
Se non ti conosco, se sembri uno che può pagare, se dai l’impressione di essere un po’ tirchio, parto da 12000 e mi fermo massimo a 5000. E di solito tu compri, sempre per il presupposto citato prima e a volte non tratti neanche troppo, perché 10000 cfa per una camicia da uomo venduta da me al prezzo iniziale di 12000 cfa, ti sembrano un buon affare.
Non vendo tutti i giorni. Vendo quando capita. A volte uno bussa alla mia porta per chiedermi lo zucchero, e da cosa nasce cosa. Si trova incastrato in un acquisto. “Mi è spiaciuto non vederti prima che partissi per l’Italia, ti avrei chiesto di comprarmi qualche camicia, chessò, un profumo, delle scarpe da uomo”.
“Ma io vendo tutto questo qui a Dakar”.
“Ah bon?”
Comincio a tirar fuori la mia roba. E comincia lo show.
Ecco che il cliente di turno comincia a frugare per scegliere. Eccolo che si mostra interessato a qualcosa che a mio avviso non è proprio il massimo, quando il suo obbiettivo è qualcos’altro, in modo che io gli faccia un prezzo di un certo tipo sulla cosa Bruttina, per poi tuffarsi su quella che desidera sperando dunque nella stessa quotazione.
Ma caro mio, io ti faccio la camicia bruttina a 10000 perché ho deciso di vendere le cose un po’ decenti a minimo 7000. E così a volte succede che mi compri la cosa bruttina a 8000 e quella decente a 7500 cfa. A altri vendo la stessa camicia a 1500. Dipende da chi sei.
Come l’altro giorno, Babu, il mio vicino, suona alla porta. Apro, e è con la sua fidanzata. Mi dico che lei ha voluto accompagnarlo perché si chiedeva che cavolo venisse a fare Babu a casa mia da solo. Insomma, rappresento pur sempre il “pericolo Toubab”.
Li faccio accomodare e Babu mi chiede subito delle scarpe. Le avevo già esposte tutte. Avevo già deciso i prezzi prima che arrivassero. Ma lui mi stupisce, e sembra interessato a un modello che volevo inizialmente vendere a 35.000. O meglio, per il quale volevo partire da 35.000 cfa.
E così nella testa stravolgo i prezzi e ecco che quando gli faccio la lista, gli dico che quelle che stava guardando le vendo a 35.000 e quelle per le quali sono certa farà la sua scelta, a 42.000.
Inizia la trattativa. Mi chiede di diminuire il prezzo delle 35.000 gli dico che gli ho già dato l’ultimo prezzo che generalmente do agli altri, ma per lui posso scendere a 34.000 non di più.
Ecco che volge lo sguardo alle altre da 42.000. Dice che sono proprio belle, e la sua ragazza che conferma. “Si, quelle sono più belle, le puoi portare anche con i Jeans, con tutto, e poi il colore ti va”. Ecco che ho una co-venditrice fantastica. E lui: “si, ma son care”. Un classico. Niente può avere il prezzo giusto. Dunque ecco che gli dico: “Per te posso fare 40.000 ma non di meno”.
Scena da commuoversi, in cui lui mi supplica di scendere a 35.000. Gli dico che a 35.000 non posso. “Non posso certo venderti queste allo stesso prezzo a cui vendo le altre”. Ci prova ancora e gli dico infine: “Solo perché sei tu, facciamo 38.000”. Dice che è caro, ma alla fine accetta.
E sembriamo tutt’e due contenti. “Hai anche qualche capo di abbigliamento?”.
Non me l’aspettavo. Non ero preparata. Ma mi dico che visto che ha già preso qualcosa a 38.000 non sarò troppo severa. Rientra nella cerchia di quelli a cui posso vendere magliette e camicie dai 1000 ai 2000 cfa. Sceglie 2 camicie e due magliette spendendo un totale di 5.500 cfa. Posso ritenermi più che soddisfatta.
Ma non finisce qui. La sua fidanzata, presa da una crisi di shopping compulsivo, chiede: “non hai nulla per le donne?”.
“Ho dei vestiti per bambini, profumi, collane, creme per il corpo, magliette...”
Ha costretto Babu a comprarle una crema per il corpo e una maglietta. Per la fine del mese prossimo lui le ha promesso che le comprerà un profumo e delle collane. I prezzi sono stati già decisi, loro sono d’accordo, dunque dovrò solo incassare. E’ stato incredibile vedere come a ogni desiderio di Binette, Babu dicesse si, anche con la consapevolezza di dover fare degli straordinari per poterle pagare tutto quello che ha chiesto. “comprami questo, e non discutere!” Questo era il tono delle richieste.
Lunedi non avevo neanche 250 franchi in tasca. Martedi qualcuno mi ha guardata da lassù e ha deciso di mandarmi babu e la sua fidanzata a salvarmi. Mi porteranno presto nuovi clienti. Penso che darò loro una commissione del 10% su quel che mi faranno guadagnare. Così potranno acquistare ancora, e ancora. E così via.
Teranga è una parola che si può sommariamente tradurre come ospitalità ma che in realtà esprime molto di più: accoglienza, attenzione, rispetto, gentilezza, allegria e il piacere di ricevere un ospite nella propria casa. Lo straniero accolto in casa è coccolato e vezzeggiato, gli sono concessi diritti straordinari, per lui vengono cucinati i piatti migliori, con gli ingredienti più pregiati. E' con questo spirito che vi accolgo su questo blog. Siate i benvenuti. – Roberta -
Sénégal: Dakar - 14/07/2010 - Di amicizie, di matrimoni, di famiglie, di soldi e occhi chiusi
Tempo fa ho avuto un problema alla gamba destra. Mi si è formato uno di quelli che qui chiamano ascessi. E mi si è formato proprio dietro il ginocchio. Non potevo neanche piegare la gamba. Come mi sia venuto, non ne ho ancora idea, perché le tesi dei farmacisti, dei vicini, dei baye fall, degli sconosciuti incontrati per strada e dei dottori dell’ospedale, non hanno mai coinciso. Fatto sta che la prima cosa che mi è stata detta e per la quale tutti sembravano concordi, è stata di prendere degli antibiotici.
Il mio farmacista di fiducia mi ha scritto il nome di due antibiotici dicendomi “Il secondo è un po’ caro, quindi vedi se riesci a trovare il primo”. Ha capito, nei mesi in cui mi sono rivolta a lui, che anche io ho bisogno di economizzare, per cui non aspetta più che io gli chieda quale sia la medicina meno cara, me lo dice spontaneamente. E si, la sua farmacia è sempre sprovvista. Se sei fortunato, ha sempre l’ultima scatola di quel che cerchi, altrimenti, ti spedisce altrove.
Mi son detta che sarei andata a cercare l’antibiotico il giorno dopo. Ossia domenica 25 aprile. E così domenica mi sono svegliata, ho cercato di camminare, ma non ci sono riuscita. O meglio, non deambulavo come tutti gli altri esseri umani. Potevo saltellare, zoppicare, strisciare e camminare come un granchio. Ma di andare dritta e senza sembrare strana, non se ne parlava proprio. La gamba mi faceva un male cane e mi dicevo che se fossi andata a cercare la medicina da sola, avrei rischiato di cadere di cadere o di non arrivare da nessuna parte.
E così ho cominciato a chiedermi a chi potessi chiedere aiuto. Non volevo disturbare Salif, soprattutto perché dal 22 aprile stavamo attraversando uno dei bassi più bassi della nostra storia.
Ho pensato a Adja. Lei era l’unica che sarebbe venuta senza pensarci due volte. Le ho mandato un sms spiegandole il mio problema. Dopo una decina di minuti è arrivata. L’ho aspettata giù in cortile. Mentre la vedevo arrivare, leggevo nel suo modo di camminare una strana fatica che non avevo mai visto. Di solito Adja è sempre scattante e corre da una parte all’altra. Invece quel giorno arriva strisciante, meno di quanto strisciassi io, ma pur sempre strisciante.
Ci siamo incamminate verso la farmacia non lontana da casa mia e ho iniziato il mio interrogatorio. E’ più forte di me. Io se vedo che qualcosa non va, faccio domande. Ho chiesto a Adja cosa la rendesse così strisciante e affaticata. Ma contemporaneamente lei mi ha chiesto cosa mi rendesse così triste.
Adja è la mamma di Babacar, il teppista in giacca e cravatta di cui ho scritto tempo fa. Siamo diventate amiche a agosto 2009. E posso dire senza alcun dubbio che è un’amica vera, e è senegalese. Sottolineo questo punto perché spesso e volentieri si dice che una donna senegalese non può esserti amica. Invece ci tengo a smentire questa cosa con l’eccezione. La nostra amicizia è nata grazie a un Tampax. Ci sono cose che avvicinano le donne, che voi uomini non potete neanche immaginare.
Era forse la prima settimana di agosto 2009, quando vedo Adja sdraiata per terra a casa di Salif. Non si muove neanche. Sbuffa e non parla. Chiedo a Daba cosa le stesse succedendo. Mi fa un gesto con la mano sulla pancia e dice “ses règles”. Allora dico che a volte anche a me causano un gran dolore e mi mettono ko. Ma Daba continua: “si, si anche io, ma Adja non ha assorbenti”.
Eccomi, ritrovo in me lo spirito dell’operatrice di call center che nel 1999 lavorava per il servizio clienti della Tampax e esclamo, rivolgendomi a Adja: “ho dei tampax in camera. Se vuoi te ne do qualcuno e ti spiego come si usano”.
Daba e Adja ridono, come se avessi detto qualcosa di veramente divertente. Devo ancora entrare nel senso dell’umorismo senegalese. Ma ci arriverò. Lo giuro.
Ad ogni modo, salgo in camera, prendo un paio di Tampax e torno da Adja. Glieli do, li intasca e va in bagno. Dopo pochi minuti spunta fuori la sua testa dalla porta del bagno e dice qualcosa in wolof a Daba. Daba mi spiega che Adja l’ha messo ma è un po’ scomodo.
Ci penso. Le chiedo: “come l’hai messo? L’hai infilato?”
Di nuovo ilarità a crepapelle e mi risponde che no, che non l’ha infilato. A sto punto rido anche io immaginandomi come diavolo l’avesse posizionato. Entro in bagno con lei e le spiego cosa fare nel dettaglio. Ma dopo qualche minuto, riecco la sua testolina venir fuori. Avevo dimenticato un particolare. Il cartoncino bisogna estrarlo.
Evviva. Finalmente tutto è al suo posto, nel modo in cui doveva essere. Da quel momento, eccoci, io, Daba e Adja a fare comunella e chiacchierare insieme in cortile fino all’ora di pranzo.
Da quel giorno Adja mi si è avvicinata tantissimo e col tempo siamo diventate davvero amiche. Quando lei ha un problema con suo marito, viene da me e me ne parla. Non va più da Daba. Non cerca nessun altro all’infuori di me. Quando ha un problema di qualsiasi genere, è me che cerca, nessun altro. E io sono li per lei. E mi sono resa conto, in questi mesi, che anche lei è sempre li per me. Sempre.
Sempre. Come quel giorno in cui la mia gamba mi aveva abbandonata. E così striscio io, striscia lei abbiamo iniziato a chiacchierare, sotto il sole fino alla farmacia.
Mi confida che lei è incinta. Le confido che con Salif ci sono gravi problemi. Due pesi che diventano più leggeri appena li scarichiamo l’una sull’altra. Non l’ha ancora detto a nessuno, a parte suo marito e sua madre. E la sua infelicità per questa notizia si legge apertamente nel suo modo di raccontarmela.
Adja, da quando si è sposata, non fa che dedicare ogni sua energia alla famiglia, a Babacar e a Boss (suo marito). Non lavora, si occupa della sua casa e anche della casa di Salif, quando è in forma.
Da qualche tempo non la vedevo agli HLM, e mi chiedevo da cosa dipendesse. E la ragione eccomela spiegata in un nuovo fagiolino che si porta dentro.
Una normale giornata di Adja comincia alle 7 del mattino, quando deve preparare Babacar per portarlo all’asilo. Dico normale intendendo la sua giornata tipo, quando non era incinta.
Babacar la notte non dorme bene. Dipende dal fatto che respira male nel sonno a causa del suo asma. E così cercare di risvegliarlo al mattino, diventa per mamma e papà una bella impresa. Adja lo lava senza neanche svegliarlo. Boss scalda la bacinella dell’acqua e Adja ce lo tuffa dentro dopo averla miscelata con acqua fredda. E’ li che Babs comincia a svegliarsi. Babs fa pipi senza aprire gli occhi. E senza che apra gli occhi, viene vestito e nutrito. Babacar al risveglio fa tutto quello che gli si dice di fare sempre che non debba aprire gli occhi e eseguire ordini troppo difficili. Ma quando è ben sveglio, col pippo che è così obbediente.
Al mattino Boss da a Adja il necessario per far mangiare Babacar e per comprare gli ingredienti per la cena. Infatti è a sera che si riincontreranno tutti. Che ci incontreremo tutti. Perché mangiamo tutti insieme a casa di Salif.
Dopo che Adja accompagna Babacar all’asilo (la scuola coranica), va agli HLM1, da sua madre. E’ li che prepara la cena che a sera porterà agli HLM4. Preparare la cena qui a Dakar significa munirsi di tanta pazienza perché il percorso è davvero lungo. Devi decidere cosa preparare, e una volta deciso, devi avere ben in mente quali sono gli ingredienti che ti servono, perché devi andare al mercato. E se te ne dimentichi uno o due, ci devi ritornare. Si, perché tutti conoscono gli ingredienti di tutti i piatti senegalesi, e se ne mancassero uno o due, tutti lo noterebbero e romperebbero i cabasisi (ammenicoli/testicoli/coglioni insomma) a chi ha preparato.
Dunque Adja parte al mercato, e con la precisione che fa parte di tutte le donne senegalesi, riesce con 1500 CFA a prendere sempre tutto quel che serve, magari diminuendo la dose di qualcosa per far stare tutto nel badget che le è stato imposto. Per cucinare un piatto tipico senegalese, ci vogliono da un’ora e mezza a 3 ore a seconda del piatto e degli ingredienti. Per non parlare del tempo che si impiega al mercato alla ricerca di quel che ti serve, e del prezzo ideale che ti faccia star dentro il tuo badget. E capita spesso di dimenticare qualcosa e di doverci ritornare.
E’ per questo che dico che le donne senegalesi vengono sottovalutate dai propri compagni, perché una tale pazienza e una tale dedizione alla preparazione del pasto non l’ho vista da nessun’altra parte. Si tratta di un vero e proprio lavoro che dovrebbe essere pagato in qualche modo dai signori mariti. Quello che rimprovero a alcuni mariti qui è che quando ricevono il salario a fine mese, non danno niente alla propria moglie. Quando dico che dovrebbero dare qualcosa, parlo di qualcosa per loro stesse, non qualcosa per la gestione della casa.
Ci sono sempre i soldi per la Tabaski o la Korité, ma non trovo giusto che solo in quelle occasioni vengano dati dei soldi alle signore.
Non dico che sia in tutte le famiglie così. Infatti a tutti i matrimoni e a tutti i battesimi, le donne riescono comunque a avere un Boubou nuovo. Per buona parte delle signore, sono i mariti che pagano. Nel caso di Adja, lei si è inventata qualcosa per avere anche lei l’aria di una che non ha problemi. Qui è importante l’apparenza. Eccome.
E così si fa spesso mandare delle cose da suo fratello che vive a Dubai. Churai, tessuti, profumi esotici le arrivano ogni tanto, e lei riesce a rivenderli e guadagnarci qualcosa. Il problema si presenta ogni volta che vende a credito. Qui è un abitudine quella di vendere senza farsi pagare e aspettare la fatidica fine del mese, quando il cliente riceverà uno stipendio o una mancetta o qualsiasi forma di denaro che permetta di pagare questi acquisti.
E chi acquista a credito, qui spesso e volentieri rimanda alla lunga i pagamenti. Sono ben pochi quelli che ho visto rispettare la data dichiarata. E’ per questo che se io vendo a credito, mi faccio pagare almeno il 75% di quel che costa la mia mercanzia. Così alla fine ci perdo poco. Ma Adja a volte vende a credito, senza farsi dare nessun anticipo. E questo è troppo rischioso. E è spiacevole poi rincorrere i clienti non paganti, e litigarci anche.
Ad ogni modo, tutti i boubou che Adja si fa fare (e se ne fa fare spesso), è lei che li paga. E questa cosa mi piace di brutto. Lotta per quel che vuole, in ogni modo che le è consentito. Spesso tra lei e Boss ci sono dissapori, perché qui è tipico che quando si costruisce una famiglia, non si è solo moglie, marito e figli. Si è anche nonni, zii, fratelli, cugini e compagnia bella. Insomma, qui la famiglia è grande. E la grande famiglia influisce tantissimo sulla vita delle coppie che si formano nel tempo.
E così, l’influenza della madre di Adja, crea dei disordini nella famiglia Adja-Boss-Babs. E il passato di Boss, come padre di altri due figli avuti da una precedente relazione, crea altrettanti disordini e tensioni.
Avere una famiglia senegalese, è più complicato di quanto possa sembrare. E’ complicato e semplice allo stesso tempo. Semplice perché si può scegliere di opporsi a delle cose e nessuno se la prenderebbe troppo come invece si crede. Ma è talmente alto il rispetto che si porta ai genitori, agli anziani, e alle loro volontà, che ad ogni modo non ci si oppone tantissimo alle loro volontà. E’ qui che nascono i problemi nelle coppie, che non sono veramente libere di vivere la nuova famiglia che hanno creato.
Generalmente si tratta sempre di problemi legati ai soldi, soldi che vengono chiesti, soldi che vengono sottratti di nascosto, soldi che vengono pretesi da esterni alla famiglia passando per la grande figura della madre, soldi che non ci sono, perché i lavori qui non vengono pagati affatto quanto meriterebbero d’esser pagati.
Su queste basi, Adja si ritrova incinta e quel giorno ha accettato comunque di accompagnarmi in farmacia.
(to be continued...)
Il mio farmacista di fiducia mi ha scritto il nome di due antibiotici dicendomi “Il secondo è un po’ caro, quindi vedi se riesci a trovare il primo”. Ha capito, nei mesi in cui mi sono rivolta a lui, che anche io ho bisogno di economizzare, per cui non aspetta più che io gli chieda quale sia la medicina meno cara, me lo dice spontaneamente. E si, la sua farmacia è sempre sprovvista. Se sei fortunato, ha sempre l’ultima scatola di quel che cerchi, altrimenti, ti spedisce altrove.
Mi son detta che sarei andata a cercare l’antibiotico il giorno dopo. Ossia domenica 25 aprile. E così domenica mi sono svegliata, ho cercato di camminare, ma non ci sono riuscita. O meglio, non deambulavo come tutti gli altri esseri umani. Potevo saltellare, zoppicare, strisciare e camminare come un granchio. Ma di andare dritta e senza sembrare strana, non se ne parlava proprio. La gamba mi faceva un male cane e mi dicevo che se fossi andata a cercare la medicina da sola, avrei rischiato di cadere di cadere o di non arrivare da nessuna parte.
E così ho cominciato a chiedermi a chi potessi chiedere aiuto. Non volevo disturbare Salif, soprattutto perché dal 22 aprile stavamo attraversando uno dei bassi più bassi della nostra storia.
Ho pensato a Adja. Lei era l’unica che sarebbe venuta senza pensarci due volte. Le ho mandato un sms spiegandole il mio problema. Dopo una decina di minuti è arrivata. L’ho aspettata giù in cortile. Mentre la vedevo arrivare, leggevo nel suo modo di camminare una strana fatica che non avevo mai visto. Di solito Adja è sempre scattante e corre da una parte all’altra. Invece quel giorno arriva strisciante, meno di quanto strisciassi io, ma pur sempre strisciante.
Ci siamo incamminate verso la farmacia non lontana da casa mia e ho iniziato il mio interrogatorio. E’ più forte di me. Io se vedo che qualcosa non va, faccio domande. Ho chiesto a Adja cosa la rendesse così strisciante e affaticata. Ma contemporaneamente lei mi ha chiesto cosa mi rendesse così triste.
Adja è la mamma di Babacar, il teppista in giacca e cravatta di cui ho scritto tempo fa. Siamo diventate amiche a agosto 2009. E posso dire senza alcun dubbio che è un’amica vera, e è senegalese. Sottolineo questo punto perché spesso e volentieri si dice che una donna senegalese non può esserti amica. Invece ci tengo a smentire questa cosa con l’eccezione. La nostra amicizia è nata grazie a un Tampax. Ci sono cose che avvicinano le donne, che voi uomini non potete neanche immaginare.
Era forse la prima settimana di agosto 2009, quando vedo Adja sdraiata per terra a casa di Salif. Non si muove neanche. Sbuffa e non parla. Chiedo a Daba cosa le stesse succedendo. Mi fa un gesto con la mano sulla pancia e dice “ses règles”. Allora dico che a volte anche a me causano un gran dolore e mi mettono ko. Ma Daba continua: “si, si anche io, ma Adja non ha assorbenti”.
Eccomi, ritrovo in me lo spirito dell’operatrice di call center che nel 1999 lavorava per il servizio clienti della Tampax e esclamo, rivolgendomi a Adja: “ho dei tampax in camera. Se vuoi te ne do qualcuno e ti spiego come si usano”.
Daba e Adja ridono, come se avessi detto qualcosa di veramente divertente. Devo ancora entrare nel senso dell’umorismo senegalese. Ma ci arriverò. Lo giuro.
Ad ogni modo, salgo in camera, prendo un paio di Tampax e torno da Adja. Glieli do, li intasca e va in bagno. Dopo pochi minuti spunta fuori la sua testa dalla porta del bagno e dice qualcosa in wolof a Daba. Daba mi spiega che Adja l’ha messo ma è un po’ scomodo.
Ci penso. Le chiedo: “come l’hai messo? L’hai infilato?”
Di nuovo ilarità a crepapelle e mi risponde che no, che non l’ha infilato. A sto punto rido anche io immaginandomi come diavolo l’avesse posizionato. Entro in bagno con lei e le spiego cosa fare nel dettaglio. Ma dopo qualche minuto, riecco la sua testolina venir fuori. Avevo dimenticato un particolare. Il cartoncino bisogna estrarlo.
Evviva. Finalmente tutto è al suo posto, nel modo in cui doveva essere. Da quel momento, eccoci, io, Daba e Adja a fare comunella e chiacchierare insieme in cortile fino all’ora di pranzo.
Da quel giorno Adja mi si è avvicinata tantissimo e col tempo siamo diventate davvero amiche. Quando lei ha un problema con suo marito, viene da me e me ne parla. Non va più da Daba. Non cerca nessun altro all’infuori di me. Quando ha un problema di qualsiasi genere, è me che cerca, nessun altro. E io sono li per lei. E mi sono resa conto, in questi mesi, che anche lei è sempre li per me. Sempre.
Sempre. Come quel giorno in cui la mia gamba mi aveva abbandonata. E così striscio io, striscia lei abbiamo iniziato a chiacchierare, sotto il sole fino alla farmacia.
Mi confida che lei è incinta. Le confido che con Salif ci sono gravi problemi. Due pesi che diventano più leggeri appena li scarichiamo l’una sull’altra. Non l’ha ancora detto a nessuno, a parte suo marito e sua madre. E la sua infelicità per questa notizia si legge apertamente nel suo modo di raccontarmela.
Adja, da quando si è sposata, non fa che dedicare ogni sua energia alla famiglia, a Babacar e a Boss (suo marito). Non lavora, si occupa della sua casa e anche della casa di Salif, quando è in forma.
Da qualche tempo non la vedevo agli HLM, e mi chiedevo da cosa dipendesse. E la ragione eccomela spiegata in un nuovo fagiolino che si porta dentro.
Una normale giornata di Adja comincia alle 7 del mattino, quando deve preparare Babacar per portarlo all’asilo. Dico normale intendendo la sua giornata tipo, quando non era incinta.
Babacar la notte non dorme bene. Dipende dal fatto che respira male nel sonno a causa del suo asma. E così cercare di risvegliarlo al mattino, diventa per mamma e papà una bella impresa. Adja lo lava senza neanche svegliarlo. Boss scalda la bacinella dell’acqua e Adja ce lo tuffa dentro dopo averla miscelata con acqua fredda. E’ li che Babs comincia a svegliarsi. Babs fa pipi senza aprire gli occhi. E senza che apra gli occhi, viene vestito e nutrito. Babacar al risveglio fa tutto quello che gli si dice di fare sempre che non debba aprire gli occhi e eseguire ordini troppo difficili. Ma quando è ben sveglio, col pippo che è così obbediente.
Al mattino Boss da a Adja il necessario per far mangiare Babacar e per comprare gli ingredienti per la cena. Infatti è a sera che si riincontreranno tutti. Che ci incontreremo tutti. Perché mangiamo tutti insieme a casa di Salif.
Dopo che Adja accompagna Babacar all’asilo (la scuola coranica), va agli HLM1, da sua madre. E’ li che prepara la cena che a sera porterà agli HLM4. Preparare la cena qui a Dakar significa munirsi di tanta pazienza perché il percorso è davvero lungo. Devi decidere cosa preparare, e una volta deciso, devi avere ben in mente quali sono gli ingredienti che ti servono, perché devi andare al mercato. E se te ne dimentichi uno o due, ci devi ritornare. Si, perché tutti conoscono gli ingredienti di tutti i piatti senegalesi, e se ne mancassero uno o due, tutti lo noterebbero e romperebbero i cabasisi (ammenicoli/testicoli/coglioni insomma) a chi ha preparato.
Dunque Adja parte al mercato, e con la precisione che fa parte di tutte le donne senegalesi, riesce con 1500 CFA a prendere sempre tutto quel che serve, magari diminuendo la dose di qualcosa per far stare tutto nel badget che le è stato imposto. Per cucinare un piatto tipico senegalese, ci vogliono da un’ora e mezza a 3 ore a seconda del piatto e degli ingredienti. Per non parlare del tempo che si impiega al mercato alla ricerca di quel che ti serve, e del prezzo ideale che ti faccia star dentro il tuo badget. E capita spesso di dimenticare qualcosa e di doverci ritornare.
E’ per questo che dico che le donne senegalesi vengono sottovalutate dai propri compagni, perché una tale pazienza e una tale dedizione alla preparazione del pasto non l’ho vista da nessun’altra parte. Si tratta di un vero e proprio lavoro che dovrebbe essere pagato in qualche modo dai signori mariti. Quello che rimprovero a alcuni mariti qui è che quando ricevono il salario a fine mese, non danno niente alla propria moglie. Quando dico che dovrebbero dare qualcosa, parlo di qualcosa per loro stesse, non qualcosa per la gestione della casa.
Ci sono sempre i soldi per la Tabaski o la Korité, ma non trovo giusto che solo in quelle occasioni vengano dati dei soldi alle signore.
Non dico che sia in tutte le famiglie così. Infatti a tutti i matrimoni e a tutti i battesimi, le donne riescono comunque a avere un Boubou nuovo. Per buona parte delle signore, sono i mariti che pagano. Nel caso di Adja, lei si è inventata qualcosa per avere anche lei l’aria di una che non ha problemi. Qui è importante l’apparenza. Eccome.
E così si fa spesso mandare delle cose da suo fratello che vive a Dubai. Churai, tessuti, profumi esotici le arrivano ogni tanto, e lei riesce a rivenderli e guadagnarci qualcosa. Il problema si presenta ogni volta che vende a credito. Qui è un abitudine quella di vendere senza farsi pagare e aspettare la fatidica fine del mese, quando il cliente riceverà uno stipendio o una mancetta o qualsiasi forma di denaro che permetta di pagare questi acquisti.
E chi acquista a credito, qui spesso e volentieri rimanda alla lunga i pagamenti. Sono ben pochi quelli che ho visto rispettare la data dichiarata. E’ per questo che se io vendo a credito, mi faccio pagare almeno il 75% di quel che costa la mia mercanzia. Così alla fine ci perdo poco. Ma Adja a volte vende a credito, senza farsi dare nessun anticipo. E questo è troppo rischioso. E è spiacevole poi rincorrere i clienti non paganti, e litigarci anche.
Ad ogni modo, tutti i boubou che Adja si fa fare (e se ne fa fare spesso), è lei che li paga. E questa cosa mi piace di brutto. Lotta per quel che vuole, in ogni modo che le è consentito. Spesso tra lei e Boss ci sono dissapori, perché qui è tipico che quando si costruisce una famiglia, non si è solo moglie, marito e figli. Si è anche nonni, zii, fratelli, cugini e compagnia bella. Insomma, qui la famiglia è grande. E la grande famiglia influisce tantissimo sulla vita delle coppie che si formano nel tempo.
E così, l’influenza della madre di Adja, crea dei disordini nella famiglia Adja-Boss-Babs. E il passato di Boss, come padre di altri due figli avuti da una precedente relazione, crea altrettanti disordini e tensioni.
Avere una famiglia senegalese, è più complicato di quanto possa sembrare. E’ complicato e semplice allo stesso tempo. Semplice perché si può scegliere di opporsi a delle cose e nessuno se la prenderebbe troppo come invece si crede. Ma è talmente alto il rispetto che si porta ai genitori, agli anziani, e alle loro volontà, che ad ogni modo non ci si oppone tantissimo alle loro volontà. E’ qui che nascono i problemi nelle coppie, che non sono veramente libere di vivere la nuova famiglia che hanno creato.
Generalmente si tratta sempre di problemi legati ai soldi, soldi che vengono chiesti, soldi che vengono sottratti di nascosto, soldi che vengono pretesi da esterni alla famiglia passando per la grande figura della madre, soldi che non ci sono, perché i lavori qui non vengono pagati affatto quanto meriterebbero d’esser pagati.
Su queste basi, Adja si ritrova incinta e quel giorno ha accettato comunque di accompagnarmi in farmacia.
(to be continued...)
Sénégal: Dakar - 28/04/2010 - Babacar, un teppista in giacca e cravatta
SCRITTO IL 28/04/2010
Non ho saputo nulla dell’esistenza di Babacar finché un giorno al telefono Salif mi ha detto che c’erano in casa Boss, sua moglie e Babacar. E dopo qualche istante mi son ritrovata a parlare con lui al telefono. Si, parlare. Io parlavo, ma lui il francese mica lo capiva.
Le uniche parole che gli ho sentito pronunciare sono state “Tata Roberta, na nga def?”.
Tata Roberta. Mi considera già una zia. E finalmente a agosto 2009 ho incontrato Babacar. E’ uno tra gli esseri umani più intelligenti che io abbia mai incontrato. Ascolta tutto quel che gli viene detto, ripete le cose che gli sembrano più interessanti e degne di essere ripetute agli altri, fa dei commenti quando guardiamo il telegiornale, fa domande sul mondo. E le fa in wolof. E dannazione, io non posso rispondere.
A agosto è successo che il bagno della casa di Salif si è intasato. Per almeno due settimane siamo stati tutti costretti a andare a fare i nostri bisogno da Ivonne, la vicina di casa. Uscivo col mio bel rotolo di cartaigienica, salutavo i boy del quartiere uno per uno con una stretta di mano e “toc toc, Ivonne, devo andare in bagno”. In realtà dicevo “je dois saluer la grande-mère” (devo salutare la nonna). Qui non puoi dire “dovrei cagare” o cose del genere. Forse non si può dire neanche in Italia.
Ma Babacar, lui lo dice. Lui dice “devo andare a cagare”. Lo dice in wolof e io ora lo capisco. Insomma, lui si fa capire benissimo. Un giorno tutti ridevano per qualcosa che Babs aveva detto. Ovviamente avendola detta in wolof, come tutte le altre volte, io non potevo ridere. Ma dato che stavolta sembrava davvero più divertente del solito, ho chiesto cosa stesse succedendo. Ebbene si, Babacar aveva detto “oggi devo cagare e ci vado da solo. Non ho bisogno che mi aiutiate”.
Anche Waré non usa mezzi termini. Se deve pisciare, dice che deve pisciare, se deve fare qualcos’altro dice che deve fare qualcos’altro. Io adoro le persone che arrivano direttamente al dunque. Il Senegal mi ha offerto miliardi di esempi di persone che per dirti una cosa, passano per Patte d’Oie, fanno un giro per Grand Yoff, arrivano a rond-point di Liberté 6, percorrono Front de terre fino a Castor. E arrivano agli HLM per dire qualcosa che si poteva dire con parole meno equivoche e che darebbero adito a meno fraintendimenti.
Qui se chiedi come stai, ti dicono sempre che va tutto bene. Se chiedi cos’hai fatto oggi, le risposte sono vaghe: “ho fatto cose, ho visto gente, ho mangiato qualcosa, sono andato da qualche parte per fare qualcosa che qualcuno mi ha spedito a fare”. Perché c’è questa reticenza a raccontarsi? Boh! Fatto sta che qui di tutti si sa tutto e niente. Ma soprattutto niente. Per fortuna Babacar, lui ti racconta che a scuola si è battuto con qualcuno, che ha imparato a cantare La Illah Ilah allah, che l’acqua della sua borraccia è finita prima della fine della giornata e che è troppo stanco per mangiare con noi, però se c’è della carne...
Quando finalmente i lavori per il bagno sono iniziati, Babacar si è dato un gran da fare. Dopo che il tubo con la “grande-mère” di tutti i vicini è stato estratto dal terreno, Babacar ha preso una paletta e una scopa dicendo “ora ho un lavoro da fare, non disturbatemi”. E ha accennato a spazzare e raccogliere. Ma forse per lui era solo un gioco. In casa c’era un gran odore di “grande-mère”, e anche lui, con tutta la sua buona volontà, è stato costretto a uscire per respirare, abbandonando così il buon proposito di aiutare a pulire. E alla fine ha comunque detto “oggi ho lavorato troppo, sono stanco”.
Babacar non era mai stato al mare. E un giorno d’agosto ho detto a Adja: “dai, sabato andiamo a Voile d’Or”. Babacar non capendo il francese, ha chiesto cosa stessimo dicendo. E’ fantastica la sua curiosità. Insomma, qui normalmente mi si dice che se io non capisco non devo passare tutto il tempo a chiedere o finisco di spaccare i pallini a tutti. Io sinceramente continuo a chiedere. E Babacar pure. E è per questo che io e lui siamo così intelligenti. Si, non sono modesta. Dico le cose come stanno. Io sono intelligente. Sono anche molto ignorante. E è grazie alla mia intelligenza che posso ammetterlo senza vergogna.
Insomma, fatto sta che un bel sabato d’agosto portiamo Babacar al mare. Siamo io, Salif, Adja e Babacar. Io e Salif li abbiamo recuperati vicino a Colobane e da li siamo partiti per la spiaggia. Babacar prende confidenza con la sabbia e comincia a mangiarla. Capisce subito che non è che sia proprio buona da mangiare, però per qualche strana ragione, per tutta la giornata continua a averne dentro la bocca. Dopo l’entusiasmo mostrato per la sabbia, è arrivato il terrore per il mare. Non aveva mai visto nulla di simile. Quando ha visto che entravo in acqua per nuotare, ha iniziato a gridare “Roberta va a fare la doccia, ma io non ci andrò mai! La vasca è troppo grande”.
Salif l’ha preso e l’ha costretto a entrare in acqua. Babacar ha gridato come un pazzo. Pur di poter uscire diceva “SONO MALATO, HO IL RAFFREDDORE, HO L’ASMA, HO DELLE MALATTIE, voglio andare a casa”. Insomma, l’incontro tra Babacar e il mare non è stato proprio gradito. Salif è stato fantastico con lui. Lo rassicurava, lo teneva tra le sue braccia come se fosse suo figlio. Non dimenticherò mai quanto l’ho amato quel giorno. “Sarà un padre perfetto”, pensavo.
Salif quando è con i bambini è un educatore. Non perde occasione per fargli sapere quello che è bene e quello che è male, come si devono fare delle cose e come non si devono fare delle altre. E’ un esempio per molti bambini del quartiere.
Babacar nonostante tutti i tentativi da parte nostra di fargli piacere quest’immensa distesa d’acqua, continua a gridare ogni volta che lo portiamo troppo vicino alla riva. Non c’è verso. Non gli piace e basta. Quando vede che vado sott’acqua urla e dice che sono morta. Insomma, questo mare è un assassino.
Nonostante il terrore del mare, Babacar si diverte un sacco. Fa tutto quello che fanno i grandi, fuorid all’acqua. C’era un gruppo di ragazzi che faceva flessioni. Le ha volute fare anche lui. C’erano i lottatori. Ha passato una buona ora a cercare un compagno da combattere. Quel giorno c’erano bambini troppo grossi a Voile d’Or.
Un giorno mentre ce lo spupazzavamo, io e Salif abbiamo notato una strana protuberanza nello stomaco di Babs. Chiediamo a Adja se ha mai visto questa cosa. Lei dice che ce l’ha da quando è nato e che sua madre (di Adja) dice che è tutto normale. Ora, con tutta la stima che si può avere per una donna anziana, come fa a dire che è normale un bozzo enorme che sporge dal ventre di un bambino?
Dico a Salif che deve informare Boss. Lui dice che lo farà. Passano i giorni e finalmente mi decido a chiedere a Salif se ha detto a Boss dello stomaco di Babs. Mi dice che non ha avuto il tempo. Certo, con tutte le cose che aveva da fare, non ha avuto il tempo. Qui tutti se ne fottono della salute di tutti, anche se si tratta di un bambino.
Al che una sera, prendendola un po’ alla larga (da Patte d’Oie per Grand Yoff e compagnia bella) chiedo a Boss se ha mai notato lo stomaco di Babacar. Salif facendo come uno che si era dimenticato, ma che non doveva mostrare di essersi dimenticato, dice che si, era un po’ di giorni che rifletteva su sta cosa. Insomma, facciamo vedere a Boss questo “problema”, che io dico che è un problema, ma qui i problemi sono tutti relativi.
Tanto relativi che questo problema non è stato ancora affrontato. Insomma, Boss dice a Adja di portare il piccolo a fare un controllo, lei ce lo porta dopo mesi. Le dicono che Babs deve essere operato ma prima bisogna fare una radiografia. Si decide di attendere luglio, perché non ci sarà la scuola. Ma insomma, una radiografia gli farebbe perdere solo una giornata di asilo... insomma, che sarà mai. Niente, inutile da parte mia insistere. Dobbiamo aspettare luglio.
E così se Babs ha un problema grave, lo sapremo a luglio, e se sarà troppo tardi, ça ira incha allah.
Su questa cosa mi sono arrabbiata molto sia con Boss, sia con Adja, sia con Salif. Devo solo imparare a farmi i fatti miei e diventare un po’ senegalese, fottendomene della salute di tutti.
In questi giorni io sono malata, e mi è stato detto anche che è grave, dal farmacista. Ieri avevo la febbre alta, e ero sola. Sola. Sola perché le malattie tengono lontane le persone. E’ meglio non vedere qualcuno che soffre. Per cui torneranno tutti quando starò meglio. L’unico che si preoccupa per me, è il mio vicino Babu. Insomma, Babu mi ha suonato alla porta pure stamattina alle 7 per sapere come sto.
Non dico di fare la processione e venirmi a trovare, ma almeno un sms per sapere se sono viva, mi farebbe piacere.
Quando io e Salif siamo stati in Gambia non abbiamo fatto molto. Però nel poco che abbiamo fatto, un giro al mercato non ce l’ha tolto nessuno. E così la mattina alle 9.00 abbiamo fatto un tour alla ricerca di tutto e di niente. A Banjul non sembra di essere tanto lontani da Dakar. Ti rendi conto di essere a Banjul solo perché ogni tanto qualcuno parla inglese. Per il resto, al mercato devi fare le stesse lotte che fai al mercato di Sandaga e alla fine la spunti sul prezzo, perché ci sei abituata.
Bando alle ciance, mentre passeggiamo tra le bancarelle vediamo dei completi bellissimi per marmocchi. E uno in particolare ci colpisce e ci fa esclamare contemporaneamente “BABACAR!”
E ridiamo.
Dico, dai, chiediamo il prezzo, se costa troppo non lo prendiamo. Iniziamo dunque una trattativa e riusciamo a spuntarla alla modica somma di 4000 franchi CFA. Il completo comprende, giacca, pantaloni, cravatta, camicia e gilet. Ci guardiamo soddisfatti e non vediamo l’ora che arrivi il momento di dare il regalo a Babs. Sarà un ometto splendido. Si, a capodanno farà un figurone.
E così di rientro a Dakar, una sera tiriamo fuori questo vestito per piccoli manager. Adja comincia a ridere, tutti ridiamo e Babs si illumina e sorride e ride perché capisce che sarà il bambino più elegante degli HLM.
Ma dopo pochi minuti lo vediamo riflettere serio. Rompe il silenzio esclamando: “DOVE SONO LE SCARPE?”
Giusto. Dove sono le scarpe? Babacar sa che per vestirsi bene non basta il vestito ma servono anche delle belle scarpe.
La prova vestito viene superata 10 e lode. Salif prende delle foto di questo piccolo signore pieno di stile. E ecco che Babs, con il suo abito da festa comincia a correre e buttarsi sotto le panche.
Capiamo che il vestito è proprio comodo. Può giocare come se avesse i pantaloncini e la canotta.
Un teppista in giacca e cravatta correva per tutta casa a mostrare quanto fosse bello rispetto agli altri marmocchi fuori per strada.
A capodanno Babs arriva a casa di Salif vestito così. In giornata era stato a un matrimonio e ha detto a tutti “E’ tata Roberta che mi ha regalato questo”. Un matrimonio di gente sconosciuta ha sentito il mio nome ripetersi per tutta la giornata. Grazie a Babacar si può diventare famosi.
Il 30 gennaio 2010 la casa di Salif viene stravolta da una notizia terribile. E’ pomeriggio e Daba riceve una telefonata da suo fratello che sta al villaggio. Il piccolo Salif, di nove anni, figlio di Daba, è morto. Lo scopriamo perché Daba inizia a urlare per tutta casa e a correre come una disperata in cerca di una meta che possa darle sollievo. Urla, piange, invoca il nome di suo figlio “bébé Salif”, si butta per terra. Riusciamo a fermarla in camera. Salif le chiede “cosa è successo?”. “bébé Salif è morto”.
Zitti.
Non diciamo niente. Adja, Maguette io e Salif riceviamo per osmosi il dolore di Daba e io potrei anche strizzare il mio cuore per farne uscire solo lacrime. Tutto il quartiere ha sentito le urla venire dalla casa e piano piano i preoccupati si sono presentati alla porta della stanza di Daba. Sarr è tra i primi. Tutti nel ricevere la notizia vengono colpiti da una tristezza profonda. Ma Sarr è quello che ho visto più toccato. Sono andata con lui in camera di Salif perché ho visto che non stava affatto bene. E neanche io a dire la verità. Ci siamo abbracciati e siamo scoppiati in lacrime tutt’e due. Forse non ne abbiamo il diritto, forse dobbiamo solo cercare di tenere duro per Daba e fare del nostro meglio da allora in avanti per darle un po’ di conforto. Niente, le lacrime uscivano e anche i “perché?”…
In tutta questa tristezza generale che ha colpito tutti, Babacar è l’unico che sembra poter mantenere il controllo e cercare davvero di fare qualcosa per Daba. Non vuole che quel dolore resti a lungo tra le mura di casa, e così decide di piazzarsi in camera di Daba, insieme a Adja, Maguette e me, a fare il suo solito: parlare da solo, ridere, giocare con ciabatte, valigie e tutto quel che si poteva spostare.
Daba gli urla: “Babacar bay lin gay deff”. Che vuol dire “SMETTILA”.
Probabilmente in quel momento Babs gli faceva pensare più che mai al suo bimbo che non aveva potuto salutare, e abbracciare per l’ultima volta.
Faccio cenno a Babacar di seguirmi giù, nel soggiorno. Lui mi urla “NO”. Non vuole essere escluso da quel che stava succedendo. Lui si ritiene grande abbastanza per queste cose.
Daba e Adja iniziano a preparare le valigie per partire al villaggio. Io sarei dovuta andare con loro, ma ho deciso di stare con Maguette per non lasciarla dormire da sola la notte. D’altronde, ha solo 16 anni.
Ripeto a Babacar di venire con me, che saremmo andati a prendere qualcosa di buono alla boutique. Lui se ne batte il pippo. Questa volta non l’avrei incastrato così facilmente. Sapeva che di li a poco sua madre sarebbe partita e lui voleva partire con lei. Per cui venire con me significava rischiare di non ritrovarla in casa al rientro dalla boutique.
Adja, Daba e Salif lasciano la casa tra il dolore di tutti e le urla disperate di Babacar che non voleva dormire da solo con suo padre quella notte.
Babacar ama profondamente sua mamma. Ama tantissimo anche suo padre. E si vede. E li rispetta. E si vede. Io vorrei un figlio come Babacar. E’ sveglio, è intelligente, è sensibile, è vivace, è conosciuto e amato da tutti, è dolce, è bello, è generoso. Si è generoso. Quando ha un pezzo di pane con cioccolata, se Salif glielo chiede, lui non lo divide a metà per “partager”. Glielo da tutto.
Babs sta attento a tutto quel che viene detto. Un giorno va da Ivonne e le dice :” ha detto mia mamma che se non le dai i suoi soldi, chiama la polizia”. Probabilmente ha sentito Adja parlare con Daba del fatto che Ivonne le dovesse dei soldi indietro, e non ci ha pensato due volte per andare a difendere i diritti della sua mamma.
28 aprile 2010, Babacar ha compiuto 4 anni e io non ho potuto festeggiarlo a causa della mia gamba. Adja è venuta qui a portarmi del Firiir (pollo, patatine fritte, salsa, insalata) in modo che non mi sentissi esclusa dai festeggiamenti. Salif mi ha detto che ha gradito il mio regalo e che ha passato tutta la serata a ricordare a tutti che quella giornata era per lui.
Salif gli ha detto: “Babacar, fino a mezzanotte puoi fare tutto quello che vuoi, ma dopo mezzanotte il tuo compleanno è finito”.
Babacar ha capito tutto. Ci ha pensato un po’. Ha preso la bicicletta dal cortile e ha iniziato a pedalare per il soggiorno. Ne aveva diritto fino a mezzanotte.
Non ho saputo nulla dell’esistenza di Babacar finché un giorno al telefono Salif mi ha detto che c’erano in casa Boss, sua moglie e Babacar. E dopo qualche istante mi son ritrovata a parlare con lui al telefono. Si, parlare. Io parlavo, ma lui il francese mica lo capiva.
Le uniche parole che gli ho sentito pronunciare sono state “Tata Roberta, na nga def?”.
Tata Roberta. Mi considera già una zia. E finalmente a agosto 2009 ho incontrato Babacar. E’ uno tra gli esseri umani più intelligenti che io abbia mai incontrato. Ascolta tutto quel che gli viene detto, ripete le cose che gli sembrano più interessanti e degne di essere ripetute agli altri, fa dei commenti quando guardiamo il telegiornale, fa domande sul mondo. E le fa in wolof. E dannazione, io non posso rispondere.
A agosto è successo che il bagno della casa di Salif si è intasato. Per almeno due settimane siamo stati tutti costretti a andare a fare i nostri bisogno da Ivonne, la vicina di casa. Uscivo col mio bel rotolo di cartaigienica, salutavo i boy del quartiere uno per uno con una stretta di mano e “toc toc, Ivonne, devo andare in bagno”. In realtà dicevo “je dois saluer la grande-mère” (devo salutare la nonna). Qui non puoi dire “dovrei cagare” o cose del genere. Forse non si può dire neanche in Italia.
Ma Babacar, lui lo dice. Lui dice “devo andare a cagare”. Lo dice in wolof e io ora lo capisco. Insomma, lui si fa capire benissimo. Un giorno tutti ridevano per qualcosa che Babs aveva detto. Ovviamente avendola detta in wolof, come tutte le altre volte, io non potevo ridere. Ma dato che stavolta sembrava davvero più divertente del solito, ho chiesto cosa stesse succedendo. Ebbene si, Babacar aveva detto “oggi devo cagare e ci vado da solo. Non ho bisogno che mi aiutiate”.
Anche Waré non usa mezzi termini. Se deve pisciare, dice che deve pisciare, se deve fare qualcos’altro dice che deve fare qualcos’altro. Io adoro le persone che arrivano direttamente al dunque. Il Senegal mi ha offerto miliardi di esempi di persone che per dirti una cosa, passano per Patte d’Oie, fanno un giro per Grand Yoff, arrivano a rond-point di Liberté 6, percorrono Front de terre fino a Castor. E arrivano agli HLM per dire qualcosa che si poteva dire con parole meno equivoche e che darebbero adito a meno fraintendimenti.
Qui se chiedi come stai, ti dicono sempre che va tutto bene. Se chiedi cos’hai fatto oggi, le risposte sono vaghe: “ho fatto cose, ho visto gente, ho mangiato qualcosa, sono andato da qualche parte per fare qualcosa che qualcuno mi ha spedito a fare”. Perché c’è questa reticenza a raccontarsi? Boh! Fatto sta che qui di tutti si sa tutto e niente. Ma soprattutto niente. Per fortuna Babacar, lui ti racconta che a scuola si è battuto con qualcuno, che ha imparato a cantare La Illah Ilah allah, che l’acqua della sua borraccia è finita prima della fine della giornata e che è troppo stanco per mangiare con noi, però se c’è della carne...
Quando finalmente i lavori per il bagno sono iniziati, Babacar si è dato un gran da fare. Dopo che il tubo con la “grande-mère” di tutti i vicini è stato estratto dal terreno, Babacar ha preso una paletta e una scopa dicendo “ora ho un lavoro da fare, non disturbatemi”. E ha accennato a spazzare e raccogliere. Ma forse per lui era solo un gioco. In casa c’era un gran odore di “grande-mère”, e anche lui, con tutta la sua buona volontà, è stato costretto a uscire per respirare, abbandonando così il buon proposito di aiutare a pulire. E alla fine ha comunque detto “oggi ho lavorato troppo, sono stanco”.
Babacar non era mai stato al mare. E un giorno d’agosto ho detto a Adja: “dai, sabato andiamo a Voile d’Or”. Babacar non capendo il francese, ha chiesto cosa stessimo dicendo. E’ fantastica la sua curiosità. Insomma, qui normalmente mi si dice che se io non capisco non devo passare tutto il tempo a chiedere o finisco di spaccare i pallini a tutti. Io sinceramente continuo a chiedere. E Babacar pure. E è per questo che io e lui siamo così intelligenti. Si, non sono modesta. Dico le cose come stanno. Io sono intelligente. Sono anche molto ignorante. E è grazie alla mia intelligenza che posso ammetterlo senza vergogna.
Insomma, fatto sta che un bel sabato d’agosto portiamo Babacar al mare. Siamo io, Salif, Adja e Babacar. Io e Salif li abbiamo recuperati vicino a Colobane e da li siamo partiti per la spiaggia. Babacar prende confidenza con la sabbia e comincia a mangiarla. Capisce subito che non è che sia proprio buona da mangiare, però per qualche strana ragione, per tutta la giornata continua a averne dentro la bocca. Dopo l’entusiasmo mostrato per la sabbia, è arrivato il terrore per il mare. Non aveva mai visto nulla di simile. Quando ha visto che entravo in acqua per nuotare, ha iniziato a gridare “Roberta va a fare la doccia, ma io non ci andrò mai! La vasca è troppo grande”.
Salif l’ha preso e l’ha costretto a entrare in acqua. Babacar ha gridato come un pazzo. Pur di poter uscire diceva “SONO MALATO, HO IL RAFFREDDORE, HO L’ASMA, HO DELLE MALATTIE, voglio andare a casa”. Insomma, l’incontro tra Babacar e il mare non è stato proprio gradito. Salif è stato fantastico con lui. Lo rassicurava, lo teneva tra le sue braccia come se fosse suo figlio. Non dimenticherò mai quanto l’ho amato quel giorno. “Sarà un padre perfetto”, pensavo.
Salif quando è con i bambini è un educatore. Non perde occasione per fargli sapere quello che è bene e quello che è male, come si devono fare delle cose e come non si devono fare delle altre. E’ un esempio per molti bambini del quartiere.
Babacar nonostante tutti i tentativi da parte nostra di fargli piacere quest’immensa distesa d’acqua, continua a gridare ogni volta che lo portiamo troppo vicino alla riva. Non c’è verso. Non gli piace e basta. Quando vede che vado sott’acqua urla e dice che sono morta. Insomma, questo mare è un assassino.
Nonostante il terrore del mare, Babacar si diverte un sacco. Fa tutto quello che fanno i grandi, fuorid all’acqua. C’era un gruppo di ragazzi che faceva flessioni. Le ha volute fare anche lui. C’erano i lottatori. Ha passato una buona ora a cercare un compagno da combattere. Quel giorno c’erano bambini troppo grossi a Voile d’Or.
Un giorno mentre ce lo spupazzavamo, io e Salif abbiamo notato una strana protuberanza nello stomaco di Babs. Chiediamo a Adja se ha mai visto questa cosa. Lei dice che ce l’ha da quando è nato e che sua madre (di Adja) dice che è tutto normale. Ora, con tutta la stima che si può avere per una donna anziana, come fa a dire che è normale un bozzo enorme che sporge dal ventre di un bambino?
Dico a Salif che deve informare Boss. Lui dice che lo farà. Passano i giorni e finalmente mi decido a chiedere a Salif se ha detto a Boss dello stomaco di Babs. Mi dice che non ha avuto il tempo. Certo, con tutte le cose che aveva da fare, non ha avuto il tempo. Qui tutti se ne fottono della salute di tutti, anche se si tratta di un bambino.
Al che una sera, prendendola un po’ alla larga (da Patte d’Oie per Grand Yoff e compagnia bella) chiedo a Boss se ha mai notato lo stomaco di Babacar. Salif facendo come uno che si era dimenticato, ma che non doveva mostrare di essersi dimenticato, dice che si, era un po’ di giorni che rifletteva su sta cosa. Insomma, facciamo vedere a Boss questo “problema”, che io dico che è un problema, ma qui i problemi sono tutti relativi.
Tanto relativi che questo problema non è stato ancora affrontato. Insomma, Boss dice a Adja di portare il piccolo a fare un controllo, lei ce lo porta dopo mesi. Le dicono che Babs deve essere operato ma prima bisogna fare una radiografia. Si decide di attendere luglio, perché non ci sarà la scuola. Ma insomma, una radiografia gli farebbe perdere solo una giornata di asilo... insomma, che sarà mai. Niente, inutile da parte mia insistere. Dobbiamo aspettare luglio.
E così se Babs ha un problema grave, lo sapremo a luglio, e se sarà troppo tardi, ça ira incha allah.
Su questa cosa mi sono arrabbiata molto sia con Boss, sia con Adja, sia con Salif. Devo solo imparare a farmi i fatti miei e diventare un po’ senegalese, fottendomene della salute di tutti.
In questi giorni io sono malata, e mi è stato detto anche che è grave, dal farmacista. Ieri avevo la febbre alta, e ero sola. Sola. Sola perché le malattie tengono lontane le persone. E’ meglio non vedere qualcuno che soffre. Per cui torneranno tutti quando starò meglio. L’unico che si preoccupa per me, è il mio vicino Babu. Insomma, Babu mi ha suonato alla porta pure stamattina alle 7 per sapere come sto.
Non dico di fare la processione e venirmi a trovare, ma almeno un sms per sapere se sono viva, mi farebbe piacere.
Quando io e Salif siamo stati in Gambia non abbiamo fatto molto. Però nel poco che abbiamo fatto, un giro al mercato non ce l’ha tolto nessuno. E così la mattina alle 9.00 abbiamo fatto un tour alla ricerca di tutto e di niente. A Banjul non sembra di essere tanto lontani da Dakar. Ti rendi conto di essere a Banjul solo perché ogni tanto qualcuno parla inglese. Per il resto, al mercato devi fare le stesse lotte che fai al mercato di Sandaga e alla fine la spunti sul prezzo, perché ci sei abituata.
Bando alle ciance, mentre passeggiamo tra le bancarelle vediamo dei completi bellissimi per marmocchi. E uno in particolare ci colpisce e ci fa esclamare contemporaneamente “BABACAR!”
E ridiamo.
Dico, dai, chiediamo il prezzo, se costa troppo non lo prendiamo. Iniziamo dunque una trattativa e riusciamo a spuntarla alla modica somma di 4000 franchi CFA. Il completo comprende, giacca, pantaloni, cravatta, camicia e gilet. Ci guardiamo soddisfatti e non vediamo l’ora che arrivi il momento di dare il regalo a Babs. Sarà un ometto splendido. Si, a capodanno farà un figurone.
E così di rientro a Dakar, una sera tiriamo fuori questo vestito per piccoli manager. Adja comincia a ridere, tutti ridiamo e Babs si illumina e sorride e ride perché capisce che sarà il bambino più elegante degli HLM.
Ma dopo pochi minuti lo vediamo riflettere serio. Rompe il silenzio esclamando: “DOVE SONO LE SCARPE?”
Giusto. Dove sono le scarpe? Babacar sa che per vestirsi bene non basta il vestito ma servono anche delle belle scarpe.
La prova vestito viene superata 10 e lode. Salif prende delle foto di questo piccolo signore pieno di stile. E ecco che Babs, con il suo abito da festa comincia a correre e buttarsi sotto le panche.
Capiamo che il vestito è proprio comodo. Può giocare come se avesse i pantaloncini e la canotta.
Un teppista in giacca e cravatta correva per tutta casa a mostrare quanto fosse bello rispetto agli altri marmocchi fuori per strada.
A capodanno Babs arriva a casa di Salif vestito così. In giornata era stato a un matrimonio e ha detto a tutti “E’ tata Roberta che mi ha regalato questo”. Un matrimonio di gente sconosciuta ha sentito il mio nome ripetersi per tutta la giornata. Grazie a Babacar si può diventare famosi.
Il 30 gennaio 2010 la casa di Salif viene stravolta da una notizia terribile. E’ pomeriggio e Daba riceve una telefonata da suo fratello che sta al villaggio. Il piccolo Salif, di nove anni, figlio di Daba, è morto. Lo scopriamo perché Daba inizia a urlare per tutta casa e a correre come una disperata in cerca di una meta che possa darle sollievo. Urla, piange, invoca il nome di suo figlio “bébé Salif”, si butta per terra. Riusciamo a fermarla in camera. Salif le chiede “cosa è successo?”. “bébé Salif è morto”.
Zitti.
Non diciamo niente. Adja, Maguette io e Salif riceviamo per osmosi il dolore di Daba e io potrei anche strizzare il mio cuore per farne uscire solo lacrime. Tutto il quartiere ha sentito le urla venire dalla casa e piano piano i preoccupati si sono presentati alla porta della stanza di Daba. Sarr è tra i primi. Tutti nel ricevere la notizia vengono colpiti da una tristezza profonda. Ma Sarr è quello che ho visto più toccato. Sono andata con lui in camera di Salif perché ho visto che non stava affatto bene. E neanche io a dire la verità. Ci siamo abbracciati e siamo scoppiati in lacrime tutt’e due. Forse non ne abbiamo il diritto, forse dobbiamo solo cercare di tenere duro per Daba e fare del nostro meglio da allora in avanti per darle un po’ di conforto. Niente, le lacrime uscivano e anche i “perché?”…
In tutta questa tristezza generale che ha colpito tutti, Babacar è l’unico che sembra poter mantenere il controllo e cercare davvero di fare qualcosa per Daba. Non vuole che quel dolore resti a lungo tra le mura di casa, e così decide di piazzarsi in camera di Daba, insieme a Adja, Maguette e me, a fare il suo solito: parlare da solo, ridere, giocare con ciabatte, valigie e tutto quel che si poteva spostare.
Daba gli urla: “Babacar bay lin gay deff”. Che vuol dire “SMETTILA”.
Probabilmente in quel momento Babs gli faceva pensare più che mai al suo bimbo che non aveva potuto salutare, e abbracciare per l’ultima volta.
Faccio cenno a Babacar di seguirmi giù, nel soggiorno. Lui mi urla “NO”. Non vuole essere escluso da quel che stava succedendo. Lui si ritiene grande abbastanza per queste cose.
Daba e Adja iniziano a preparare le valigie per partire al villaggio. Io sarei dovuta andare con loro, ma ho deciso di stare con Maguette per non lasciarla dormire da sola la notte. D’altronde, ha solo 16 anni.
Ripeto a Babacar di venire con me, che saremmo andati a prendere qualcosa di buono alla boutique. Lui se ne batte il pippo. Questa volta non l’avrei incastrato così facilmente. Sapeva che di li a poco sua madre sarebbe partita e lui voleva partire con lei. Per cui venire con me significava rischiare di non ritrovarla in casa al rientro dalla boutique.
Adja, Daba e Salif lasciano la casa tra il dolore di tutti e le urla disperate di Babacar che non voleva dormire da solo con suo padre quella notte.
Babacar ama profondamente sua mamma. Ama tantissimo anche suo padre. E si vede. E li rispetta. E si vede. Io vorrei un figlio come Babacar. E’ sveglio, è intelligente, è sensibile, è vivace, è conosciuto e amato da tutti, è dolce, è bello, è generoso. Si è generoso. Quando ha un pezzo di pane con cioccolata, se Salif glielo chiede, lui non lo divide a metà per “partager”. Glielo da tutto.
Babs sta attento a tutto quel che viene detto. Un giorno va da Ivonne e le dice :” ha detto mia mamma che se non le dai i suoi soldi, chiama la polizia”. Probabilmente ha sentito Adja parlare con Daba del fatto che Ivonne le dovesse dei soldi indietro, e non ci ha pensato due volte per andare a difendere i diritti della sua mamma.
28 aprile 2010, Babacar ha compiuto 4 anni e io non ho potuto festeggiarlo a causa della mia gamba. Adja è venuta qui a portarmi del Firiir (pollo, patatine fritte, salsa, insalata) in modo che non mi sentissi esclusa dai festeggiamenti. Salif mi ha detto che ha gradito il mio regalo e che ha passato tutta la serata a ricordare a tutti che quella giornata era per lui.
Salif gli ha detto: “Babacar, fino a mezzanotte puoi fare tutto quello che vuoi, ma dopo mezzanotte il tuo compleanno è finito”.
Babacar ha capito tutto. Ci ha pensato un po’. Ha preso la bicicletta dal cortile e ha iniziato a pedalare per il soggiorno. Ne aveva diritto fino a mezzanotte.
Sénégal: Dakar - 25/04/2010 Cosa starà facendo in questo momento?
Ciao amico,
che bel messaggio mi hai scritto.
Anche io ti penso. In sti giorni non c'è proprio nessuno al mio fianco. Ho una gamba gonfia e non posso camminare da ieri. Non so se mi ha punto qualcosa o ho uno di quelli che qui chiamano ASCESSI. Mi si è gonfiata la gamba destra nella piegatura del ginocchio, dietro.
Un vicino mi curerà con l'olio di palma oggi. Me lo spalmera sul bozzo... ho paura hahaha mi ricorda un po' l'aceto dello sciamano senegalo-milanese.
Io invece pensavo di mandarlo in farmacia per prendere gli antibiotici che generalmente qui usano per ste cose. Ho visto tante persone qui con sti bozzi o in testa o su un braccio o su una gamba... credo che vengano a causa di tutti i grassi che si mangiano qui. Per un po' di tempo farò la cura delle banane e dei meloni :) magari mi purifico un po' :)
Altro che olio di palma.
Ieri quando chiamavi, dormivo. Dato che non posso camminare, ne approfitto per fare l'unica cosa che posso fare, dormire o guardare film. Potrei scrivere, ma se scrivo in sti giorni rischio di sembrare più antipatica del solito. Non sono molto positiva.
Tra me e salif pare sia finita sul serio. Non ne voglio parlare ora.
Credo che scriverò il libro della nostra storia. Li si racchiuderà tutto quello che penso della società senegalese. Lui è un buon esemplare di quel che è il Senegal secondo me. Dico secondo me, perché per altri altro. Per me è anche altro, ma soprattutto secondo me :)
Ho persino pensato di tornare in Italia, in un momento di estrema disperazione. Ma venerdi parlando con Charlotte, mi ha riportata alla realtà.
Mi ha fatto capire e ricordare che sono venuta qui per cambiare vita, e non per Salif Diop. E che ci sto riuscendo, che ho un lavoro, che ho dei colleghi che mi vogliono bene e che ho fatto qualcosa che in pochi riuscirebbero a fare.
E a pensarci, è vero, ho fatto proprio qualcosa di fuori dal comune. Mi sembrava così normale. L'ho vissuto all'inizio come un semplice trasloco in un'altra città. E invece non è solo una città qualsiasi. E' un altro paese in un altro continente in un'altra dimensione.
Insomma, sono una gran figa. Punto e basta. E chi non l'apprezza, non ha che da perdere.
Amico, sai cosa sto ascoltando? Alpha Blondy... fantastico. Reggae al mattino.
Sembra di essere in spiaggia, gamba gonfia a parte :)
So che anche Daniela ha provato a chiamarmi, ma ero a nanna. Se puoi tranquillizzala. Dille che sono in forma. Che ho preso la decisione migliore e che io e Salif saremo amici. E' mille volte meglio come amico che come fidanzato. Per lo meno non mi faccio troppe pippe se si incasina la salute o se non si prende cura di Maguette. Ieri è venuto qui e l'ho spedito a comprarmi il gas. Insomma, da amico si prende cura di me. Da fidanzato mi molla malata emorente. Sono proprio strani questi senegalesi.
O forse spera che facendo così torneremo insieme. Ma io preferisco mille volte passare una serata come ieri, io a gamba gonfia sul divano a non far niente e lui che cambia la bombola del gas :))))
Il lavoro va bene sai. Divento brava e più sicura. Il tecnico dei gruppi elettrogeni mi vorrebbe sfruttare di più, perché riesco a trovare a volte delle soluzioni tecniche senza mai aver studiato ingegneria dei motori... roba da non credere :) Non parlo di grosse cose, ma a volte identifico dei pezzi prima di lui e glieli sottopongo solo per approvazione, dato che non è mia competenza.
Lui è sempre più sorpreso e ho visto che è sempre più incuriosito dalla mia persona. E non per trovarsi una toubab (è sposato, anche se qui questa cosa ha un valore veramente relativo), ma perché credo mi trovi intelligente e diversa.
Si, sono felice del mio lavoro, dell'ambiente che ho trovato e soprattutto di come affronto le cose. Sai, è stato davvero difficile per me entrare nel mondo Pramac. Insomma, che ne sapevo io della vendita? E che ne sapevo di gruppi elettrogeni, climatizzatori, transpallettes? Niente davvero. Non che ora ne sappia di più, ma posso per lo meno rispondere a un'esigenza di un cliente che si trova in un altro paese, facendogli un'offerta.
Ringrazierò per sempre il Signor Tendi per avermi dato questa opportunità. Mi ha salvato dalla disperazione che proverei oggi se fossi venuta qui senza avere neanche un lavoro.
Mi impegno al massimo sai. E quando ho dubbi su quel che faccio, chiedo. E non ho paura di chiedere anche a lui, che credo sia il più competente. Alcuni mi dicono di non disturbarlo troppo. Ma sinceramente io piuttosto che sbagliare preferisco chiedere. Al massimo mi si può dire di aspettare un po'.
Ieri c'era una festa Pramac sull'Isola di Ngor, io non ci sono andata sia a causa di un impegno che avevo preso in precedenza, sia a causa della mia gamba.
Così infine non ho fatto nessuna delle due cose. Lunedi mi farò raccontare.
Qui siamo indietro di due ore rispetto all'Italia, sono le 9,40 e sto bevendo il mio caffelatte davanti a questa mail.
Mi chiedo cosa siano i TAMPIRI. Alpha Blondy dice che ci sono dappertutto ahahhahaha
Vabbé, ti lascio. Ti mando un abbraccio enorme
Roby
Ogg: Re: odio il titolo per roberta un'amica cara, mi sa di morte!
Ciao,
meno male allora che nel titolo non ho mai messo: "Lei era una bravaragazza..."! :)
Come stai?
Io ti penso spesso. Non tutti i giorni, però ti penso.
Penso: "cosa starà facendo in questo momento?", "starà bene?", "chi ci sarà al suo fianco?"
E non so mai che risposta darmi.
E' il paradosso delle persone in gamba. Ti piacciono perchè hanno sempre delle idee nuove, perchè non stanno zitte se le cose non vanno come dovrebbero, perchè non si accontentano di quello che stanno già facendo ma provano sempre a fare di più. E queste cose, per le quali tu vorresti averle sempre vicino, le portano inevitabilmente lontano.
Le portano in altri posti che tu magari pensi come sarebbe viverci lì, mentre loro proprio ci vanno.
Anche se stanno a Milano, con il pensiero comunque sono già altrove.
E quando le risenti, tu stai riflettendo sull'ultima cosa che hanno detto e loro nel frattempo ne stanno già pensando un'altra.
Io ti penso spesso, ma cerco di non pensarti tutti i giorni.
Perchè quando ti penso mi manchi.
E perchè a certe domande tipo "come potrei fare per sentirla (e farmi sentire) meno lontano?" proprio non saprei come rispondere.
Ti abbraccio
AMICO
che bel messaggio mi hai scritto.
Anche io ti penso. In sti giorni non c'è proprio nessuno al mio fianco. Ho una gamba gonfia e non posso camminare da ieri. Non so se mi ha punto qualcosa o ho uno di quelli che qui chiamano ASCESSI. Mi si è gonfiata la gamba destra nella piegatura del ginocchio, dietro.
Un vicino mi curerà con l'olio di palma oggi. Me lo spalmera sul bozzo... ho paura hahaha mi ricorda un po' l'aceto dello sciamano senegalo-milanese.
Io invece pensavo di mandarlo in farmacia per prendere gli antibiotici che generalmente qui usano per ste cose. Ho visto tante persone qui con sti bozzi o in testa o su un braccio o su una gamba... credo che vengano a causa di tutti i grassi che si mangiano qui. Per un po' di tempo farò la cura delle banane e dei meloni :) magari mi purifico un po' :)
Altro che olio di palma.
Ieri quando chiamavi, dormivo. Dato che non posso camminare, ne approfitto per fare l'unica cosa che posso fare, dormire o guardare film. Potrei scrivere, ma se scrivo in sti giorni rischio di sembrare più antipatica del solito. Non sono molto positiva.
Tra me e salif pare sia finita sul serio. Non ne voglio parlare ora.
Credo che scriverò il libro della nostra storia. Li si racchiuderà tutto quello che penso della società senegalese. Lui è un buon esemplare di quel che è il Senegal secondo me. Dico secondo me, perché per altri altro. Per me è anche altro, ma soprattutto secondo me :)
Ho persino pensato di tornare in Italia, in un momento di estrema disperazione. Ma venerdi parlando con Charlotte, mi ha riportata alla realtà.
Mi ha fatto capire e ricordare che sono venuta qui per cambiare vita, e non per Salif Diop. E che ci sto riuscendo, che ho un lavoro, che ho dei colleghi che mi vogliono bene e che ho fatto qualcosa che in pochi riuscirebbero a fare.
E a pensarci, è vero, ho fatto proprio qualcosa di fuori dal comune. Mi sembrava così normale. L'ho vissuto all'inizio come un semplice trasloco in un'altra città. E invece non è solo una città qualsiasi. E' un altro paese in un altro continente in un'altra dimensione.
Insomma, sono una gran figa. Punto e basta. E chi non l'apprezza, non ha che da perdere.
Amico, sai cosa sto ascoltando? Alpha Blondy... fantastico. Reggae al mattino.
Sembra di essere in spiaggia, gamba gonfia a parte :)
So che anche Daniela ha provato a chiamarmi, ma ero a nanna. Se puoi tranquillizzala. Dille che sono in forma. Che ho preso la decisione migliore e che io e Salif saremo amici. E' mille volte meglio come amico che come fidanzato. Per lo meno non mi faccio troppe pippe se si incasina la salute o se non si prende cura di Maguette. Ieri è venuto qui e l'ho spedito a comprarmi il gas. Insomma, da amico si prende cura di me. Da fidanzato mi molla malata emorente. Sono proprio strani questi senegalesi.
O forse spera che facendo così torneremo insieme. Ma io preferisco mille volte passare una serata come ieri, io a gamba gonfia sul divano a non far niente e lui che cambia la bombola del gas :))))
Il lavoro va bene sai. Divento brava e più sicura. Il tecnico dei gruppi elettrogeni mi vorrebbe sfruttare di più, perché riesco a trovare a volte delle soluzioni tecniche senza mai aver studiato ingegneria dei motori... roba da non credere :) Non parlo di grosse cose, ma a volte identifico dei pezzi prima di lui e glieli sottopongo solo per approvazione, dato che non è mia competenza.
Lui è sempre più sorpreso e ho visto che è sempre più incuriosito dalla mia persona. E non per trovarsi una toubab (è sposato, anche se qui questa cosa ha un valore veramente relativo), ma perché credo mi trovi intelligente e diversa.
Si, sono felice del mio lavoro, dell'ambiente che ho trovato e soprattutto di come affronto le cose. Sai, è stato davvero difficile per me entrare nel mondo Pramac. Insomma, che ne sapevo io della vendita? E che ne sapevo di gruppi elettrogeni, climatizzatori, transpallettes? Niente davvero. Non che ora ne sappia di più, ma posso per lo meno rispondere a un'esigenza di un cliente che si trova in un altro paese, facendogli un'offerta.
Ringrazierò per sempre il Signor Tendi per avermi dato questa opportunità. Mi ha salvato dalla disperazione che proverei oggi se fossi venuta qui senza avere neanche un lavoro.
Mi impegno al massimo sai. E quando ho dubbi su quel che faccio, chiedo. E non ho paura di chiedere anche a lui, che credo sia il più competente. Alcuni mi dicono di non disturbarlo troppo. Ma sinceramente io piuttosto che sbagliare preferisco chiedere. Al massimo mi si può dire di aspettare un po'.
Ieri c'era una festa Pramac sull'Isola di Ngor, io non ci sono andata sia a causa di un impegno che avevo preso in precedenza, sia a causa della mia gamba.
Così infine non ho fatto nessuna delle due cose. Lunedi mi farò raccontare.
Qui siamo indietro di due ore rispetto all'Italia, sono le 9,40 e sto bevendo il mio caffelatte davanti a questa mail.
Mi chiedo cosa siano i TAMPIRI. Alpha Blondy dice che ci sono dappertutto ahahhahaha
Vabbé, ti lascio. Ti mando un abbraccio enorme
Roby
Ogg: Re: odio il titolo per roberta un'amica cara, mi sa di morte!
Ciao,
meno male allora che nel titolo non ho mai messo: "Lei era una bravaragazza..."! :)
Come stai?
Io ti penso spesso. Non tutti i giorni, però ti penso.
Penso: "cosa starà facendo in questo momento?", "starà bene?", "chi ci sarà al suo fianco?"
E non so mai che risposta darmi.
E' il paradosso delle persone in gamba. Ti piacciono perchè hanno sempre delle idee nuove, perchè non stanno zitte se le cose non vanno come dovrebbero, perchè non si accontentano di quello che stanno già facendo ma provano sempre a fare di più. E queste cose, per le quali tu vorresti averle sempre vicino, le portano inevitabilmente lontano.
Le portano in altri posti che tu magari pensi come sarebbe viverci lì, mentre loro proprio ci vanno.
Anche se stanno a Milano, con il pensiero comunque sono già altrove.
E quando le risenti, tu stai riflettendo sull'ultima cosa che hanno detto e loro nel frattempo ne stanno già pensando un'altra.
Io ti penso spesso, ma cerco di non pensarti tutti i giorni.
Perchè quando ti penso mi manchi.
E perchè a certe domande tipo "come potrei fare per sentirla (e farmi sentire) meno lontano?" proprio non saprei come rispondere.
Ti abbraccio
AMICO
Sénégal: Dakar, 27/02/2010 - Perché noi non crediamo più a niente?
Mi sono svegliata presto stamattina. L’intenzione è quella di andare al mare e godermi un po’ di sole. E’ tanto tempo che non lo faccio e ho proprio bisogno di riconciliarmi con il mondo. Presto saranno 5 mesi di vita a Dakar. E posso dire che non ne sento il peso. Di solito le cose pesano quando non hai forza sufficiente per sostenerle, e allora ti sforzi. E’ positivo. Io non mi sforzo di vivere qui. Ci vivo e basta.
Ammetto di aver sofferto molto in questi 5 mesi, ma è normale. L’adattamento a nuovi luoghi, a nuove persone, a nuovi stili di vita, a una nuova cultura, a usanze completamente differenti dalle mie, a modi di pensare che hanno dello straordinario, non è qualcosa di immediato e indolore.
A volte invidio profondamente la fede che sembra di default in tutta la popolazione senegalese. Non faccio distinzione tra cristiani e musulmani. Ognuno segue e pratica la propria religione con una fede straordinaria. Tutti vivono nella certezza che Dio li protegge e veglierà su di loro. E’ così rassicurante che vorrei credere anche io con la stessa forza.
Ieri notte si è festeggiata la nascita del profeta Maometto. La festa si chiama Gamou. Tutti i musulmani sono partiti da qualche parte per celebrare l’evento con le persone care. Trovo questa festa più importante del Tabaski. La nascita del profeta segna l’inizio di tutto quello che vedo oggi. Mi sono sentita di celebrare anche io. Era talmente forte l’odore di fede che si respirava ieri. Era come se Dakar bruciasse d’incenso. Un enorme calderone di churai da un profumo straordinario.
Ieri tutti i pensieri negativi sono stati cancellati da un intenso bisogno di sentirsi parte di qualcosa e di condividere la gioia della nascita di Maometto con chiunque. A volte il modo in cui viene praticata la fede qui, mi da sui nervi, ma solo perché alcuni abusano di quel poco che conoscono per strumentalizzarlo a favore di alcune scelte in cui mancano di rispetto a sé stessi e al prossimo. Altre volte, come ieri, mi sono commossa. Mi commuove la dolcezza e la tenerezza con cui alcuni miei amici parlano di ciò in cui credono. Ci credono veramente e ripongono tutte le loro speranze nell’aiuto di Dio. Mi commuovono i racconti di “miracoli” avvenuti in seguito a sacrifici offerti ai propri Marabout. Mi trovo a invidiare il fatto che tutti credono in qualcosa e io vengo da una parte del mondo in cui oramai non si crede più a niente.
Se le cose non vanno bene, qui è sufficiente pregare per sentirsi protetti comunque da qualcosa o qualcuno. Io sono diventata così cinica che diffido nel fatto che pregando io possa ottenere qualcosa. Nella mia testa c’è la certezza che è solo con i propri gesti, le proprie azioni, le proprie scelte, si arrivi a ottenere o non ottenere qualcosa. Se vado a fare un colloquio di lavoro, prima di farlo, non prego Dio che interceda per me, ma spero che le mie competenze, acquisite fino a quel momento, siano sufficienti per garantirmi quel posto di lavoro. Se voglio mangiare tutti i giorni, cerco di non sperperare i miei soldi in cose inutili. Se voglio uscire la sera, lo faccio solo se ho i soldi per pagarmi il taxi. Il mio pragmatismo non mi abbandonerà mai credo.
E invece qui la gente si affida a Dio e è sicura che distribuendo piccoli doni ai Talibé, questi intercederanno per loro con il Supremo perché il colloquio di lavoro vada bene, perché ci sia un pasto tutti i giorni, perché qualcuno paghi un taxi per loro, perché il prossimo sia sempre generoso nei loro confronti. Tanti si affidano a quel che il resto del mondo può fare per loro, e non a quello che loro possono fare per avere un posto nel mondo. E così, tutti sono sicuri che ça ira, incha allah. Tutto andrà bene, se piace a Dio.
E generalmente non dovrebbe esserci nessuna ragione per cui a Dio dispiaccia. Per cui la fede è veramente sentita in una maniera fuori dal comune.
Vorrei anche io credere che ça ira. E’ qualcosa di cui ho già scritto. Io credo a “ça ira” solo se ho gli strumenti che mi permettono di crederci. Non mi basta la preghiera. Eppure l’effetto di essersi rivolti a Dio per ottenere qualcosa, rende tutti così ottimisti che non posso non invidiarli. Io sono cinica in un mondo pieno di ottimisti. Ottimisti che a volte hanno l’aspetto rassegnato dal vedere non realizzati i sogni per i quali si è pregato tanto. Ma la rassegnazione svanisce presto con un ça ira. E’ una formula magica che da la forza di non arrendersi o di non mostrare che si ha paura che non andrà bene per niente.
Mi trovo a metà tra il desiderare di possedere quest’ottimismo naturale, e l’essere consapevole che andrà bene solo se impiegherò tutte le mie energie affinché ciò avvenga.
E’ mio padre che mi ha insegnato a farmi un culo così per ottenere ciò che desidero. E mi ha insegnato anche che se non mi impegno, non ottengo niente. Se non faccio sacrifici, è difficile che ottenga dei risultati.
Da quando sono qui, posso dire che c’è una differenza tra quelli con cui lavoro e gli abitanti del mio quartiere. I miei colleghi credono profondamente nel lavoro che fanno, si impegnano al massimo, stanno in azienda anche oltre l’orario lavorativo e non tornano a casa prima di aver finito la maggior parte delle cose da fare. E’ segno questo di diligenza, di senso di responsabilità, di consapevolezza che è il lavoro a permettergli di vivere e di andare avanti, e che se non si impegnassero così, qualcuno potrebbe decidere di lasciarli a casa.
Tanti abitanti del mio quartiere non lavorano. Stanno a casa aspettando che il lavoro bussi alla loro porta. E’ vero che qui a Dakar è difficile trovare lavoro, ma resto dell’idea che comunque bisogna cercarlo. Se non lavori, ogni giorno dovresti buttarti giù dal letto e andare in cerca. E’ qui che entra la mia idea del fatto che in fondo sono tutti rassegnati che ça non ira per niente. L’altra idea che cerca di battersi con la rassegnazione, è che credo che in fondo siano tutti pigri. Quelli che non fanno nulla aspettando la mano di Dio, per me sono in fondo solo molto pigri. Non sfigati. Non rassegnati. Non abbandonati da Dio, ma pigri.
Il fatto che le giornate di molti trascorrano nel far niente totale, nel dormire fino alle 11 o mezzogiorno, uscire per salutare gli altri che non fan niente, mangiare, bere ataya (thé senegalese) fino all’ora di cena, cenare, bere ataya con gli amici fino a notte fonda, fumando sigarette, canne e quanto altro di dannoso c’è per i loro polmoni e la loro salute, mi fa credere che ci sia ben poca voglia di muovere un dito per cambiare questa situazione. In fondo, che male c’è a non far niente se comunque si riesce a mangiare tutti i giorni, grazie alla generosità di altri che elargiscono 1000 franchi CFA ogni tanto?
Nel modo in cui sono stata educata, c’è che io mi sentirei un po’ umiliata nel dover sempre aspettare che qualcuno mi dia “l’elemosina”, piuttosto che uscire di casa, camminare fino a sera in cerca di una qualsiasi attività remunerativa.
Qui tutto può diventare un lavoro. I senegalesi hanno una tale capacità inventiva, che tutto per loro è attività economica. Dunque trovo assurdo che tanti si accascino su se stessi senza rispondere a questo stimolo naturale che hanno verso il commercio. Ci sono attività qui che hanno dello straordinario. Ti si vende di tutto. Ti si può vendere anche l’attività che appartiene a un altro e è sicuro che ci si guadagna qualcosa.
Al mercato di Sandaga ci sono i procacciatori di clienti. Sono quei ragazzi che ti fermano e ti chiedono: “cosa stai cercando?” Tu glielo dici, e quelli ti portano da qualcuno che vende quello che cerchi. E hanno una commissione su quel che viene venduto. E questo esiste anche in quartiere. Tu manifesti una tua necessità, e qualcuno ti offre di portarti da chi può soddisfarla. Li sai già che il prezzo sarà gonfiato della commissione che il procacciatore dovrà guadagnare.
Ad ogni modo, tutto questo per dire che non si può restare seduti a bere ataya quando tutto si può vendere e tutti sono disposti a comprare, anche a credito.
L’economia qui in Senegal funziona benissimo. C’è un continuo via vai di gente che compra e vende. Arrivano container dall’Europa, dall’Arabia Saudita, da ovunque, con merce che i senegalesi emigrati hanno acquistato altrove per rivenderla qui. Tutto quello che viene dall’estero è apprezzabile più di quanto lo sia la stessa merce prodotta qui.
Dakar è invasa dai cinesi. I cinesi hanno compreso quanto marci bene l’economia senegalese e hanno importato di tutto. Non solo, producono in loco. Ma i senegalesi sono convinti che la roba cinese non importata sia di qualità inferiore alla roba cinese importata. E’ l’idea della provenienza esterna che da una qualità migliore alla merce. E’ incredibile.
Se io acquisto delle cose al marché samedi (mercato dell’usato del sabato) a 200 o 300 CFA, e la rivendo in quartiere a 5 o anche 10 volte il prezzo che l’ho pagata, la gente la acquista perché pensa che venga dall’Italia. E non ho nessuna ragione per smentire quest’idea.
L’onestà va a farsi fottere quando si tratta di affari.
Questa cosa l’ho imparata a mie spese.
Quando sono arrivata qui ho dovuto scontrarmi con l’obbligo del mercanteggiare a ogni acquisto. Dovevo comprare letto, materasso, divani, cucina e frigorifero. Il resto dell’arredamento ce l’avevo quasi tutto.
In principio era il materasso e un ventilatore. Avevo solo quello e tutte le mie cose erano sistemate per terra. Un gran caos, ma non potevo lamentarmi. Presto i mobili che avevo acquistato all’Ikea e che avevo spedito con un container, sono arrivati e la mia casa a presto forma. Restavano dunque da acquistare le cose che ho elencato.
Il frigorifero è quello che mi ha dato più sofferenze. Partiamo dal presupposto che un qualsiasi venditore che vede arrivare una toubab (bianca) nella sua boutique o magazzino, ha già moltiplicato per 5 il prezzo di tutta la mercanzia, senza che io abbia chiesto niente.
Un bel giorno sono partita con Salif a caccia del frigorifero. Abbiamo cominciato a Castor per finire a Liberté 6 fino a Cipress. Tutta Liberté 6 è piena di magazzini colmi di roba dei container che vengono dall’estero. Dunque oltre frigoriferi, trovi di tutto: tavoli da cucina con sedie, televisori, cucine, camere da letto, accessori per la casa e compagnia bella. Dunque mentre cercavo il frigorifero, ho anche chiesto i prezzi di altre cose.
Per dare un’idea di quel che intendo quando dico che “ingresso toubab” significa parecchie volte in più del prezzo reale, ecco qui delle risposte che ho ricevuto alle mie richieste:
1 tavolo da cucina con sedie = 500.000 CFA (762 euro)
1 camera da letto con armadio, letto, 1 comò, specchiera tutto palesemente Ikea= 2.000.000 CFA (3048 euro)
1 frigorifero 870.000 CFA (1326 euro)
E così via. Insomma, quando poi io ribattevo con 5 volte meno il prezzo dichiarato, mi guardavano come se fossi pazza, dimenticandosi che proprio perché vengo da dove hanno preso quella roba, conoscevo un minimo il valore reale.
Non aveva importanza. Il fatto che fossi toubab doveva per forza significare che nella mia borsa c’erano tutti quei soldi, dunque IO dovevo pagare quel prezzo dichiarato. Cari miei, col pippo.
E proseguiamo la ricerca del frigorifero. Tutti i frigoriferi dei magazzini di Liberté 6 non sono frigoriferi nuovi, ma di seconda, se non di terza mano. Sono quei frigoriferi che in Italia la gente butta via e che vengono raccolti e inviati qui per essere riparati e quindi rivenduti. Bene, è tra questi che io ho acquistato il mio. Un frigorifero whirpool, enorme e bellissimo. Così orgogliosa di averlo pagato 170.000 CFA (259 euro) che non ho pensato minimamente che ci dovesse essere un inghippo. Già il fatto che mi abbiano dato una garanzia di un mese, avrebbe dovuto farmi pensare… ma niente, ero convinta di aver fatto l’affarone del giorno.
Bene, neanche dopo un mese di blackout continui a Dakar, l’affarone mi ha abbandonato. O meglio, l’ha fatto per metà. Il frigo ha smesso di funzionare. E potevo usare solo il freezer.
Racconto a Babu, il mio vicino, che avevo bisogno di un frigorista. Me ne fa avere uno dopo qualche giorno. Grande Babu.
Il giorno della visita del frigorista è stato davvero umiliante per me. Insomma, mi guardava e rideva, diceva che quello non era un frigorifero “senegalese”, che andava bene per l’Europa, ma qui, con i continui tagli alla corrente, era normale che si fosse fulminato subito, che prima di utilizzarlo qui, avrebbe dovuto essere “senegalizzato”. Insomma, che cacchio significasse non lo so neanche oggi, fatto sta che avevo un frigorifero extracomunitario che non era tollerato dai blackout senegalesi. L’onesto e estremamente sincero frigorista, che dopo la diagnosi non ha voluto niente, ha solo aumentato il livello di congelamento a 7 dicendomi di chiamarlo il giorno dopo per fargli sapere se le cose fossero cambiate.
Il fatto che mi abbia derisa così, come se fosse obbligatorio da parte mia conoscere i tipi di frigorifero che qui funzionano e quelli che non funzionano, mi ha spinta a dire a Salif di rivolgersi a un altro frigorista. La presunzione di alcuni senegalesi a volte è davvero disarmante, e io resto dell’idea che per quanto tu faccia bene il tuo lavoro, non hai il diritto di umiliare il tuo cliente, e soprattutto devi portargli sempre rispetto. Non ne faccio una questione di orgoglio, ma ha più volte ripetuto a Salif in wolof: “I toubab non capiscono niente”.
Può anche essere vero che io non capivo niente, e è normale, io non sono frigorista. Ma tu mi devi rispettare, sennò io non ti faccio lavorare per me. Chiaro?
E così il giorno dopo viene un altro essere chiamato frigorista pure lui. All’apparenza fa qualcosa, smonta, cambia il gas, sporca tutto e dice che ci rivediamo dopo qualche giorno per terminare il lavoro. Per questo intervento gli do 15.000 CFA che sarebbero dovuti servire a guarire il mio frigorifero.
Ma dato che come ho appreso, qui a Dakar tutto è possibile, ma nulla è certo, questo frigorista mi ha abbandonata. Ha preso i miei soldi con la promessa di tornare e è sparito con la scusa che suo padre aveva problemi di salute. Era il 28 dicembre 2009. L’abbiamo anche incontrato dopo una settimana e la promessa è stata rinnovata….. a data da definire.
Mi fa rabbia questo atteggiamento. Mi fa rabbia il fatto che io abbia pagato in anticipo per un lavoro che non è stato fatto. Mi fa rabbia che Salif non abbia insistito nel chiamarlo e nel farsi valere. Quando si tratta di cose che riguardano la sua casa, non si fa mettere sotto da nessuno. Ma se si tratta di me, io posso accettare. Io posso capire.
Dicevo questo a Daour, il fratello di Salif, giorni fa. Dato che io sono toubab, si pensa che non ho bisogno di un frigorifero, che le cose qui a casa mia si raffreddino per il solo fatto che vengo da paesi freddi, o per il solo fatto che il potere dei soldi ripara tutti i frigoriferi o ne fa acquistare nuovi, come se veramente io sia piena di soldi.
Ho commissionato un boubou al marito sarto di una mia collega circa due mesi fa. Non l’ha ancora fatto. Dato che sono toubab, io non ho bisogno di un boubou, dunque posso aspettare. Ho dato 5000 CFA di anticipo e il tessuto.
Ho commissionato le tende della camera e del soggiorno a un sarto amico di Salif circa 10 giorni fa, con la promessa che me le avrebbe riconsegnate il giorno dopo. Non ne so ancora nulla. Ho dato 2000 CFA e non ho ancora le tende. Dato che sono toubab io non ho proprio bisogno delle tende.
Ma porca miseria, non vi viene in mente che se fate bene il vostro lavoro, magari ritorno per commissionarvi qualcos’altro? O col passa parola vi mando altri clienti? No, qui sono in pochi che hanno capito questa cosa. La maggior parte, prendono i miei soldi e dato che sono toubab, non fanno il lavoro per cui li ho pagati. Cazzo quanto sono idiota. Dopo le tende, è l’ultima volta che pago in anticipo.
Daour dice che non c’entra nulla il fatto che io sia toubab, che qui le cose vanno così. Ma io non credo proprio. Il sarto marito della mia collega non ha fatto il mio boubou per mettere davanti al mio i boubou di donne senegalesi, che dato che vestono regolarmente abiti tradizionali, è sicuro che torneranno da lui se lui farà un bel lavoro. Ma io sono toubab, dunque non è certo che io commissioni altri boubou in futuro. E’ sicuramente questo quello che pensa. Bene, caro Marito, non ti manderò nessun cliente, né toubab, né senegalese, stanne certo.
Caro frigorista, caro sarto delle tende, non avrete clienti e complimenti da parte mia. So che non ve ne importa niente, che ci saranno altri clienti e che non arrecherò alcun danno alla vostra attività, ma sicuramente non guadagnerete più su di me.
Ieri sono andata da Tapha, un amico che ha un piccolo negozio di elettrodomestici a Castor. Bene. Un frigorifero NUOVO e “senegalizzato” me lo farà pagare 160.000 CFA. Certo, è più piccolo dell’altro, ma è nuovo. Per ora non ho i soldi per comprarlo, ma me lo terrà da parte. Li ho capito che chi mi ha venduto il primo frigorifero non è stato onesto né con la qualità della merce, né con il prezzo. Ma dato che sono toubab e che non capisco niente, me lo sono meritata.
Dunque, dicevo, l’onestà va a farsi fottere quando si tratta di affari. E ho concepito questo concetto grazie a tutte le persone disoneste che ho incontrato nei miei acquisti. Dunque cari miei, ora io vi vendo quel che voi credete venga dall’Italia, a fior di CFA e non mi sento per nulla in colpa. Per ignoranza io ho comprato un frigorifero non senegalizzato, per ignoranza voi pensate che tutto quel che viene dall’Europa sia meglio di qualsiasi cosa trovata qui, per ignoranza voi pensate che se è un’italiana a vendere, è certo che la merce arrivi da fuori. Allora, viva l’ignoranza che fa marciare l’economia.
Mi inserisco perfettamente nel giro e ho i miei clienti. Il passaparola è efficace. Non accetto di vendere a credito. Se vuoi comprare, paghi subito, sennò torni quando hai i soldi.
Il fatto di essere diventata “commerciante” di qualcosa, non so perché mi ha portato il rispetto di molti. E’ come se il fatto di riuscire a imbrogliare mi renda più simile agli altri. Non avrei mai immaginato che integrarmi significasse anche questo.
E ora, la Vaidehi degli HLM (così mi chiamano i bambini, vedi soap opera indiana che passava alla tv tempo fa), vende articoli pregiati e che fanno gola a tutti.
L’importante è crederci.
Ammetto di aver sofferto molto in questi 5 mesi, ma è normale. L’adattamento a nuovi luoghi, a nuove persone, a nuovi stili di vita, a una nuova cultura, a usanze completamente differenti dalle mie, a modi di pensare che hanno dello straordinario, non è qualcosa di immediato e indolore.
A volte invidio profondamente la fede che sembra di default in tutta la popolazione senegalese. Non faccio distinzione tra cristiani e musulmani. Ognuno segue e pratica la propria religione con una fede straordinaria. Tutti vivono nella certezza che Dio li protegge e veglierà su di loro. E’ così rassicurante che vorrei credere anche io con la stessa forza.
Ieri notte si è festeggiata la nascita del profeta Maometto. La festa si chiama Gamou. Tutti i musulmani sono partiti da qualche parte per celebrare l’evento con le persone care. Trovo questa festa più importante del Tabaski. La nascita del profeta segna l’inizio di tutto quello che vedo oggi. Mi sono sentita di celebrare anche io. Era talmente forte l’odore di fede che si respirava ieri. Era come se Dakar bruciasse d’incenso. Un enorme calderone di churai da un profumo straordinario.
Ieri tutti i pensieri negativi sono stati cancellati da un intenso bisogno di sentirsi parte di qualcosa e di condividere la gioia della nascita di Maometto con chiunque. A volte il modo in cui viene praticata la fede qui, mi da sui nervi, ma solo perché alcuni abusano di quel poco che conoscono per strumentalizzarlo a favore di alcune scelte in cui mancano di rispetto a sé stessi e al prossimo. Altre volte, come ieri, mi sono commossa. Mi commuove la dolcezza e la tenerezza con cui alcuni miei amici parlano di ciò in cui credono. Ci credono veramente e ripongono tutte le loro speranze nell’aiuto di Dio. Mi commuovono i racconti di “miracoli” avvenuti in seguito a sacrifici offerti ai propri Marabout. Mi trovo a invidiare il fatto che tutti credono in qualcosa e io vengo da una parte del mondo in cui oramai non si crede più a niente.
Se le cose non vanno bene, qui è sufficiente pregare per sentirsi protetti comunque da qualcosa o qualcuno. Io sono diventata così cinica che diffido nel fatto che pregando io possa ottenere qualcosa. Nella mia testa c’è la certezza che è solo con i propri gesti, le proprie azioni, le proprie scelte, si arrivi a ottenere o non ottenere qualcosa. Se vado a fare un colloquio di lavoro, prima di farlo, non prego Dio che interceda per me, ma spero che le mie competenze, acquisite fino a quel momento, siano sufficienti per garantirmi quel posto di lavoro. Se voglio mangiare tutti i giorni, cerco di non sperperare i miei soldi in cose inutili. Se voglio uscire la sera, lo faccio solo se ho i soldi per pagarmi il taxi. Il mio pragmatismo non mi abbandonerà mai credo.
E invece qui la gente si affida a Dio e è sicura che distribuendo piccoli doni ai Talibé, questi intercederanno per loro con il Supremo perché il colloquio di lavoro vada bene, perché ci sia un pasto tutti i giorni, perché qualcuno paghi un taxi per loro, perché il prossimo sia sempre generoso nei loro confronti. Tanti si affidano a quel che il resto del mondo può fare per loro, e non a quello che loro possono fare per avere un posto nel mondo. E così, tutti sono sicuri che ça ira, incha allah. Tutto andrà bene, se piace a Dio.
E generalmente non dovrebbe esserci nessuna ragione per cui a Dio dispiaccia. Per cui la fede è veramente sentita in una maniera fuori dal comune.
Vorrei anche io credere che ça ira. E’ qualcosa di cui ho già scritto. Io credo a “ça ira” solo se ho gli strumenti che mi permettono di crederci. Non mi basta la preghiera. Eppure l’effetto di essersi rivolti a Dio per ottenere qualcosa, rende tutti così ottimisti che non posso non invidiarli. Io sono cinica in un mondo pieno di ottimisti. Ottimisti che a volte hanno l’aspetto rassegnato dal vedere non realizzati i sogni per i quali si è pregato tanto. Ma la rassegnazione svanisce presto con un ça ira. E’ una formula magica che da la forza di non arrendersi o di non mostrare che si ha paura che non andrà bene per niente.
Mi trovo a metà tra il desiderare di possedere quest’ottimismo naturale, e l’essere consapevole che andrà bene solo se impiegherò tutte le mie energie affinché ciò avvenga.
E’ mio padre che mi ha insegnato a farmi un culo così per ottenere ciò che desidero. E mi ha insegnato anche che se non mi impegno, non ottengo niente. Se non faccio sacrifici, è difficile che ottenga dei risultati.
Da quando sono qui, posso dire che c’è una differenza tra quelli con cui lavoro e gli abitanti del mio quartiere. I miei colleghi credono profondamente nel lavoro che fanno, si impegnano al massimo, stanno in azienda anche oltre l’orario lavorativo e non tornano a casa prima di aver finito la maggior parte delle cose da fare. E’ segno questo di diligenza, di senso di responsabilità, di consapevolezza che è il lavoro a permettergli di vivere e di andare avanti, e che se non si impegnassero così, qualcuno potrebbe decidere di lasciarli a casa.
Tanti abitanti del mio quartiere non lavorano. Stanno a casa aspettando che il lavoro bussi alla loro porta. E’ vero che qui a Dakar è difficile trovare lavoro, ma resto dell’idea che comunque bisogna cercarlo. Se non lavori, ogni giorno dovresti buttarti giù dal letto e andare in cerca. E’ qui che entra la mia idea del fatto che in fondo sono tutti rassegnati che ça non ira per niente. L’altra idea che cerca di battersi con la rassegnazione, è che credo che in fondo siano tutti pigri. Quelli che non fanno nulla aspettando la mano di Dio, per me sono in fondo solo molto pigri. Non sfigati. Non rassegnati. Non abbandonati da Dio, ma pigri.
Il fatto che le giornate di molti trascorrano nel far niente totale, nel dormire fino alle 11 o mezzogiorno, uscire per salutare gli altri che non fan niente, mangiare, bere ataya (thé senegalese) fino all’ora di cena, cenare, bere ataya con gli amici fino a notte fonda, fumando sigarette, canne e quanto altro di dannoso c’è per i loro polmoni e la loro salute, mi fa credere che ci sia ben poca voglia di muovere un dito per cambiare questa situazione. In fondo, che male c’è a non far niente se comunque si riesce a mangiare tutti i giorni, grazie alla generosità di altri che elargiscono 1000 franchi CFA ogni tanto?
Nel modo in cui sono stata educata, c’è che io mi sentirei un po’ umiliata nel dover sempre aspettare che qualcuno mi dia “l’elemosina”, piuttosto che uscire di casa, camminare fino a sera in cerca di una qualsiasi attività remunerativa.
Qui tutto può diventare un lavoro. I senegalesi hanno una tale capacità inventiva, che tutto per loro è attività economica. Dunque trovo assurdo che tanti si accascino su se stessi senza rispondere a questo stimolo naturale che hanno verso il commercio. Ci sono attività qui che hanno dello straordinario. Ti si vende di tutto. Ti si può vendere anche l’attività che appartiene a un altro e è sicuro che ci si guadagna qualcosa.
Al mercato di Sandaga ci sono i procacciatori di clienti. Sono quei ragazzi che ti fermano e ti chiedono: “cosa stai cercando?” Tu glielo dici, e quelli ti portano da qualcuno che vende quello che cerchi. E hanno una commissione su quel che viene venduto. E questo esiste anche in quartiere. Tu manifesti una tua necessità, e qualcuno ti offre di portarti da chi può soddisfarla. Li sai già che il prezzo sarà gonfiato della commissione che il procacciatore dovrà guadagnare.
Ad ogni modo, tutto questo per dire che non si può restare seduti a bere ataya quando tutto si può vendere e tutti sono disposti a comprare, anche a credito.
L’economia qui in Senegal funziona benissimo. C’è un continuo via vai di gente che compra e vende. Arrivano container dall’Europa, dall’Arabia Saudita, da ovunque, con merce che i senegalesi emigrati hanno acquistato altrove per rivenderla qui. Tutto quello che viene dall’estero è apprezzabile più di quanto lo sia la stessa merce prodotta qui.
Dakar è invasa dai cinesi. I cinesi hanno compreso quanto marci bene l’economia senegalese e hanno importato di tutto. Non solo, producono in loco. Ma i senegalesi sono convinti che la roba cinese non importata sia di qualità inferiore alla roba cinese importata. E’ l’idea della provenienza esterna che da una qualità migliore alla merce. E’ incredibile.
Se io acquisto delle cose al marché samedi (mercato dell’usato del sabato) a 200 o 300 CFA, e la rivendo in quartiere a 5 o anche 10 volte il prezzo che l’ho pagata, la gente la acquista perché pensa che venga dall’Italia. E non ho nessuna ragione per smentire quest’idea.
L’onestà va a farsi fottere quando si tratta di affari.
Questa cosa l’ho imparata a mie spese.
Quando sono arrivata qui ho dovuto scontrarmi con l’obbligo del mercanteggiare a ogni acquisto. Dovevo comprare letto, materasso, divani, cucina e frigorifero. Il resto dell’arredamento ce l’avevo quasi tutto.
In principio era il materasso e un ventilatore. Avevo solo quello e tutte le mie cose erano sistemate per terra. Un gran caos, ma non potevo lamentarmi. Presto i mobili che avevo acquistato all’Ikea e che avevo spedito con un container, sono arrivati e la mia casa a presto forma. Restavano dunque da acquistare le cose che ho elencato.
Il frigorifero è quello che mi ha dato più sofferenze. Partiamo dal presupposto che un qualsiasi venditore che vede arrivare una toubab (bianca) nella sua boutique o magazzino, ha già moltiplicato per 5 il prezzo di tutta la mercanzia, senza che io abbia chiesto niente.
Un bel giorno sono partita con Salif a caccia del frigorifero. Abbiamo cominciato a Castor per finire a Liberté 6 fino a Cipress. Tutta Liberté 6 è piena di magazzini colmi di roba dei container che vengono dall’estero. Dunque oltre frigoriferi, trovi di tutto: tavoli da cucina con sedie, televisori, cucine, camere da letto, accessori per la casa e compagnia bella. Dunque mentre cercavo il frigorifero, ho anche chiesto i prezzi di altre cose.
Per dare un’idea di quel che intendo quando dico che “ingresso toubab” significa parecchie volte in più del prezzo reale, ecco qui delle risposte che ho ricevuto alle mie richieste:
1 tavolo da cucina con sedie = 500.000 CFA (762 euro)
1 camera da letto con armadio, letto, 1 comò, specchiera tutto palesemente Ikea= 2.000.000 CFA (3048 euro)
1 frigorifero 870.000 CFA (1326 euro)
E così via. Insomma, quando poi io ribattevo con 5 volte meno il prezzo dichiarato, mi guardavano come se fossi pazza, dimenticandosi che proprio perché vengo da dove hanno preso quella roba, conoscevo un minimo il valore reale.
Non aveva importanza. Il fatto che fossi toubab doveva per forza significare che nella mia borsa c’erano tutti quei soldi, dunque IO dovevo pagare quel prezzo dichiarato. Cari miei, col pippo.
E proseguiamo la ricerca del frigorifero. Tutti i frigoriferi dei magazzini di Liberté 6 non sono frigoriferi nuovi, ma di seconda, se non di terza mano. Sono quei frigoriferi che in Italia la gente butta via e che vengono raccolti e inviati qui per essere riparati e quindi rivenduti. Bene, è tra questi che io ho acquistato il mio. Un frigorifero whirpool, enorme e bellissimo. Così orgogliosa di averlo pagato 170.000 CFA (259 euro) che non ho pensato minimamente che ci dovesse essere un inghippo. Già il fatto che mi abbiano dato una garanzia di un mese, avrebbe dovuto farmi pensare… ma niente, ero convinta di aver fatto l’affarone del giorno.
Bene, neanche dopo un mese di blackout continui a Dakar, l’affarone mi ha abbandonato. O meglio, l’ha fatto per metà. Il frigo ha smesso di funzionare. E potevo usare solo il freezer.
Racconto a Babu, il mio vicino, che avevo bisogno di un frigorista. Me ne fa avere uno dopo qualche giorno. Grande Babu.
Il giorno della visita del frigorista è stato davvero umiliante per me. Insomma, mi guardava e rideva, diceva che quello non era un frigorifero “senegalese”, che andava bene per l’Europa, ma qui, con i continui tagli alla corrente, era normale che si fosse fulminato subito, che prima di utilizzarlo qui, avrebbe dovuto essere “senegalizzato”. Insomma, che cacchio significasse non lo so neanche oggi, fatto sta che avevo un frigorifero extracomunitario che non era tollerato dai blackout senegalesi. L’onesto e estremamente sincero frigorista, che dopo la diagnosi non ha voluto niente, ha solo aumentato il livello di congelamento a 7 dicendomi di chiamarlo il giorno dopo per fargli sapere se le cose fossero cambiate.
Il fatto che mi abbia derisa così, come se fosse obbligatorio da parte mia conoscere i tipi di frigorifero che qui funzionano e quelli che non funzionano, mi ha spinta a dire a Salif di rivolgersi a un altro frigorista. La presunzione di alcuni senegalesi a volte è davvero disarmante, e io resto dell’idea che per quanto tu faccia bene il tuo lavoro, non hai il diritto di umiliare il tuo cliente, e soprattutto devi portargli sempre rispetto. Non ne faccio una questione di orgoglio, ma ha più volte ripetuto a Salif in wolof: “I toubab non capiscono niente”.
Può anche essere vero che io non capivo niente, e è normale, io non sono frigorista. Ma tu mi devi rispettare, sennò io non ti faccio lavorare per me. Chiaro?
E così il giorno dopo viene un altro essere chiamato frigorista pure lui. All’apparenza fa qualcosa, smonta, cambia il gas, sporca tutto e dice che ci rivediamo dopo qualche giorno per terminare il lavoro. Per questo intervento gli do 15.000 CFA che sarebbero dovuti servire a guarire il mio frigorifero.
Ma dato che come ho appreso, qui a Dakar tutto è possibile, ma nulla è certo, questo frigorista mi ha abbandonata. Ha preso i miei soldi con la promessa di tornare e è sparito con la scusa che suo padre aveva problemi di salute. Era il 28 dicembre 2009. L’abbiamo anche incontrato dopo una settimana e la promessa è stata rinnovata….. a data da definire.
Mi fa rabbia questo atteggiamento. Mi fa rabbia il fatto che io abbia pagato in anticipo per un lavoro che non è stato fatto. Mi fa rabbia che Salif non abbia insistito nel chiamarlo e nel farsi valere. Quando si tratta di cose che riguardano la sua casa, non si fa mettere sotto da nessuno. Ma se si tratta di me, io posso accettare. Io posso capire.
Dicevo questo a Daour, il fratello di Salif, giorni fa. Dato che io sono toubab, si pensa che non ho bisogno di un frigorifero, che le cose qui a casa mia si raffreddino per il solo fatto che vengo da paesi freddi, o per il solo fatto che il potere dei soldi ripara tutti i frigoriferi o ne fa acquistare nuovi, come se veramente io sia piena di soldi.
Ho commissionato un boubou al marito sarto di una mia collega circa due mesi fa. Non l’ha ancora fatto. Dato che sono toubab, io non ho bisogno di un boubou, dunque posso aspettare. Ho dato 5000 CFA di anticipo e il tessuto.
Ho commissionato le tende della camera e del soggiorno a un sarto amico di Salif circa 10 giorni fa, con la promessa che me le avrebbe riconsegnate il giorno dopo. Non ne so ancora nulla. Ho dato 2000 CFA e non ho ancora le tende. Dato che sono toubab io non ho proprio bisogno delle tende.
Ma porca miseria, non vi viene in mente che se fate bene il vostro lavoro, magari ritorno per commissionarvi qualcos’altro? O col passa parola vi mando altri clienti? No, qui sono in pochi che hanno capito questa cosa. La maggior parte, prendono i miei soldi e dato che sono toubab, non fanno il lavoro per cui li ho pagati. Cazzo quanto sono idiota. Dopo le tende, è l’ultima volta che pago in anticipo.
Daour dice che non c’entra nulla il fatto che io sia toubab, che qui le cose vanno così. Ma io non credo proprio. Il sarto marito della mia collega non ha fatto il mio boubou per mettere davanti al mio i boubou di donne senegalesi, che dato che vestono regolarmente abiti tradizionali, è sicuro che torneranno da lui se lui farà un bel lavoro. Ma io sono toubab, dunque non è certo che io commissioni altri boubou in futuro. E’ sicuramente questo quello che pensa. Bene, caro Marito, non ti manderò nessun cliente, né toubab, né senegalese, stanne certo.
Caro frigorista, caro sarto delle tende, non avrete clienti e complimenti da parte mia. So che non ve ne importa niente, che ci saranno altri clienti e che non arrecherò alcun danno alla vostra attività, ma sicuramente non guadagnerete più su di me.
Ieri sono andata da Tapha, un amico che ha un piccolo negozio di elettrodomestici a Castor. Bene. Un frigorifero NUOVO e “senegalizzato” me lo farà pagare 160.000 CFA. Certo, è più piccolo dell’altro, ma è nuovo. Per ora non ho i soldi per comprarlo, ma me lo terrà da parte. Li ho capito che chi mi ha venduto il primo frigorifero non è stato onesto né con la qualità della merce, né con il prezzo. Ma dato che sono toubab e che non capisco niente, me lo sono meritata.
Dunque, dicevo, l’onestà va a farsi fottere quando si tratta di affari. E ho concepito questo concetto grazie a tutte le persone disoneste che ho incontrato nei miei acquisti. Dunque cari miei, ora io vi vendo quel che voi credete venga dall’Italia, a fior di CFA e non mi sento per nulla in colpa. Per ignoranza io ho comprato un frigorifero non senegalizzato, per ignoranza voi pensate che tutto quel che viene dall’Europa sia meglio di qualsiasi cosa trovata qui, per ignoranza voi pensate che se è un’italiana a vendere, è certo che la merce arrivi da fuori. Allora, viva l’ignoranza che fa marciare l’economia.
Mi inserisco perfettamente nel giro e ho i miei clienti. Il passaparola è efficace. Non accetto di vendere a credito. Se vuoi comprare, paghi subito, sennò torni quando hai i soldi.
Il fatto di essere diventata “commerciante” di qualcosa, non so perché mi ha portato il rispetto di molti. E’ come se il fatto di riuscire a imbrogliare mi renda più simile agli altri. Non avrei mai immaginato che integrarmi significasse anche questo.
E ora, la Vaidehi degli HLM (così mi chiamano i bambini, vedi soap opera indiana che passava alla tv tempo fa), vende articoli pregiati e che fanno gola a tutti.
L’importante è crederci.
Sénégal: 21/02/2010 - Cos'è che mi fa star bene?
21/02/2010 (mail a persona cara)
"Ciao,
perdono se non ho ancora risposto, ma non ho mai tempo e soprattutto la connessione qui è un biglietto della lotteria, non sai mai quando funziona :)
Come procede qui? non so se hai letto le note che ho scritto qui su facebook, in cui analizzo un po' la società senegalese dal mio punto di vista. Diciamo che io continuo a starci bene, perché ho un enorme spirito di adattamento.
Ma non è facile. Non è facile perché vivo il razzismo sulla mia pelle. Cerco di ignorare a volte gli sguardi di chi mi guarda con disprezzo per il semplice fatto di essere nata dalla parte fortunata del mondo. Ma il più delle volte mi incazzo e rispondo con un "che cazzo guardi? " o "abbassa lo sguardo" ahhahaha
Ho degli amici, ho un quartiere che mi conosce ormai e forse non mi giudica né fortunata, né sfortunata, né piena di soldi, né senza soldi. Mi salutano semplicemente perché sono un essere umano come loro.
A volte finisco per isolarmi un po'. Quando il momento delle riflessioni arriva, non puoi sfuggirlo. Mi spiace che mia madre non abbia la mia stessa curiosità di scoprire mondi diversi. Mi spiace che abbia paura di staccarsi dal proprio nido e scoprire che altrove si può stare altrettanto bene e forse meglio.
Mi spiace che i maschi senegalesi non abbiano la minima capacità di dare veramente sicurezza a una donna. Eppure sul corano c'è scritto di prendersi cura delle proprie donne e di mettere la donna su un piedistallo. Peccato che con tutte le altre contraddizioni di cui è stracolmo questo benedetto scritto, gli uomini sono arrivati a avere il cervello in pappa e a non capire cosa devono fare.
Mi chiedo come diavolo si arrivi a essere così ossessionati dalla preghiera. Lo trovo fanatismo piuttosto che sincera fede. Ogni mattina sui car rapide (bus locale) c'è qualcuno col suo benedetto rosario... si, è un rosario, sto chapelet... e vedi le labbra recitare a voce bassa chissà quante volte il nome di allah solo per garantirsi un posto nel paradiso celeste. Ma sarà celeste? Chi gli da la garanzia che non sia nero, o una specie di Italia governata da ignoranti?
Invece di cercare di fare del proprio meglio per vivere la vita attuale, ci si appoggia alla speranza di viverne una migliore dopo la morte. E non si fa un pippo, ci si sforza il minimo indispensabile nell'attesa di crepare. Mi fa pensare al videogame The sims.
Li sei tu che spingi i tuoi personaggi a lavarsi, a mangiare, a pulire casa, a cercarsi un lavoro. Ma se non schiacci nessun bottone, restano li, senza pensare che devono pisciare, pensare a se stessi, lavarsi e lavorare per vivere.
E così vedi a Dakar persone sedute agli angoli delle strade che aspettano, incha allah (Se piace a Dio), che gli venga dato lo stimolo per muovere anche solo un dito.
Perché nonostante tutto questo io qui sto bene? Cos'è che mi fa star bene? A volte penso sia la mia diversità. Mi dico che qui sto bene perché tutti sono ridotti alle cozze, e io ho avuto il coraggio di prendere in mano la mia vita.
Ma che voglio fare? Voglio finire agli angoli delle strade aspettando il benedetto stimolo? o forse mi sono stimolata abbastanza e sono venuta qui a riposarmi insieme agli altri? ahahah che due palline.
Che poi io non posso riposare, lo dimostra il fatto che prima di sedermi all'angolo delle strade, ho cercato lavoro e ogni mattina mi tiro fuori dal letto molto presto, contro ogni mia volontà.
E' bella l'immagine che hai di Dakar nel momento in cui arrivi. Tutti sembrano sorridere, tutti sono senza stress, tutti amici, tutti gentili.
E poi scopri che è vero, non sono stressati perché non lavorano e non fanno un cazzo, dormono da mattina a sera, bevono té e vanno a mangiare a scrocco da chiunque... che bell'analisi he? ahahhaha
Ad ogni modo, io sto bene in questo fancazzismo generale. Vengo rispettata perché non mi son lasciata trascinare nel tunnel dei nullafacenti. A lavoro credo mi adorino. Ma qui il limite che separa la sincerità dalla falsità delle persone, non si vede neanche. Possono fingere qualsiasi tipo di sentimento umano.
I senegalesi sono dei grandi attori. Sanno sorridere quando sono nella merda, e far finta di soffrire come pazzi per farti pena ma voltato l'angolo se la spassano e ridono e si divertono dimenticando la recita dei poveretti.
Generalizzo, ma fortunatamente ci sono anche persone vere. E è a quelle che mi attacco con tutte le mie forze.
Insomma, questo Senegal non è molto diverso dall'Italia. Il governo è corrotto, la polizia è corrotta, persino i presidi delle scuole sono corrotti.
Ieri sono tornata ora a casa e mi sono preparata un'insalata di mais con sardine (che rimpiazzano abbastanza bene il tonno star). Non mi piace il tonno PINTON :)
Tempo fa ho comprato l'olio extravergine d'oliva. E' carissimo, ma è qualcosa a cui non posso rinunciare. Non posso condire le insalate con l'olio d'arachidi per friggere o l'olio di soia... zeraglia, wiwa l'olio extravergine :) Farò dei sacrifici solo per l'olio d'oliva. Se ci fosse il parmigiano o il grana, farei sacrifici anche per quello!
Non vedo l'ora che sia venerdi e che mi diano lo stipendio. Sono quasi alla canna del gas. In teoria potrei prelevare dal conto i soldi che mi sono inviata dall'Italia, ma mi sono ripromessa di usarli solo in caso di estrema emergenza. E dato che una settimana qui in Senegal passa alla svelta, domani è venerdi e il problema sarà risolto :)))
Ti racconto di Lass. E' il "pazzo" degli hlm4, il mio quartiere. E' considerato tale da tutti, ma a me sembra così sul pezzo. Certo, se lo incontri, ha un aspetto completamente rovinato... è senza denti, quasi storpio. Vuoi sapere perché?
Quando era giovane, era davanti alla tv. I suoi fratelli maggiori gli dicono che vogliono guardare la tv anche loro. Lui dice di aspettare che finisca il programma che sta guardando. E sai che succede?
Lo pestano a sangue.
Lass si risveglia in ospedale in stato confusionale, SENZA DENTI, con le braccia e le gambe rotte, col viso completamete tumefatto.
Già, amore fraterno. E' interessante non trovi? Nemmeno in famiglia c'è quello che io chiamo amore. Gli hanno estratto i denti uno a uno... con le pinze. Il racconto mi ha scioccata. Nessuno ha sporto denuncia. La madre di Lass ha detto che succede, "sono ragazzi"... e ora i suoi fratelli continuano a vivere con la coscienza pulita in mezzo a tutta la comunità degli hlm che li tratta da compari, da "amici", come se fossero delle persone che meritano comunque di restare in mezzo agli altri. E io faccio così fatica a integrarmi. Vengono accettate certe cose, e non viene accettato che una toubab (bianca) venga a stabilirsi in mezzo a loro, perché che ci viene a fare con la sua valigia piena di migliaia di euro? che se ne stesse a casa sua... insomma, è tutto un non-sense.
Eppure nonostante lo chock ricevuto, Lass ha mantenuto secondo me una lucidità. Certo, la vedo solo io, ma io ci vedo benissimo. Sono gli altri che sono orbi.
Che palle, non ho voglia di andare a lavoro domani. Dakar è un condominio in qualsiasi ambito. Tutti amano la chiacchiera e il pettegolezzo. E' quasi una fame assurda di vite altrui dato che le loro hanno vergogna a raccontarle o hanno il terrore del giudizio degli altri.
"nanga def? mangui fi" Mentre io rispondo che si, sto bene ora, ma la settimana è stata dura e compagnia bella .... offro spunti di discussione, forse per questo che in qualche modo mi "amano".
Dakar mi tortura parecchio. Tanta gente è maleducata, invadente, invidiosa, falsa. Eppure per qualche strano motivo sto meglio qui che in Italia. Paradossalmente mi sento libera. Qui in Senegal nessuno è libero. Sono tutti schiavi di una cultura dettata da marabutti, dal corano, dal genio di quartiere. Nessuno osa fare qui quello che tanti invece fanno in Europa fottendosene altamente di piegarsi a 90 per 5 volte al giorno per pregare e evitare il castigo di Dio.
Qui si, tutto è finto. Alcuni non si rendono conto di fingere di credere in Dio perché gli altri sembrano crederci più di te. E allora devi dimostrare che anche tu sei credente e praticante, così fai parte della cumpa. Ho visto una scena che mi ha quasi fatta ammazzare dal ridere.
A., il mio amico di Bergamo, è anche amico di Salif, il mio fidanzato. L'altra sera ci siamo visti da Salif e arrivata l'ora della preghiera hanno pregato insieme. Ti giuro, sembrava una gara a chi si piegava più veloce. Sembrava fosse una sfida della preghiera. Ecco perché pregano, per tenersi in forma. E' meglio dello sport!!
Li guardavo e mi dicevo: "forse che Dio li sta guardando e sghignazza sotto i baffi?" Ma Dio avrà i baffi mi dico? Insomma, io posso pensare quel che mi pare di Dio. Qui se fai una battuta sul supremo, rischi il linciaggio.
Il senso dell'umorismo non esiste.
Ad ogni modo, io devo riprendermi un po'. Il morale è sceso, forse a causa della malattia, che mi ha dato modo di riflettere, o forse mi sono ammalata a furia di riflettere. Mi si rimprovera che do troppa confidenza alla gente, e poi mi si dice che IO non voglio integrarmi. Mi si rimprovera che non parlo wolof nonostante sia qui da 4 mesi. Forse dipende dal fatto che NESSUNO è disposto a aiutarmi in questo? Io non sono nata imparata. Qui pensano che tu debba imparare il wolof per osmosi. Ok, io lo imparerò, ma togliendo di mezzo, chi disturba la mia quiete, vuoi per ipocrisia, vuoi per falsità negli atteggiamenti, vuoi per critiche immeritate. Mi si rimprovera che sono toubab. Roba da non credere. "Tu sei toubab e non puoi capire". Belli miei, io posso capire perché sono stata educata a pensare con la mia testa, non con un libro scritto in versetti in cui si parla di inganni e di sofferenze gratuite da infliggere alle donne e agli esseri umani.
Mi si rimprovera che sono troppo gentile con Aminta (una ragazzina a cui sto insegnando a studiare, perché non ha proprio un metodo). Cazzo, l'altro giorno a casa sua non le hanno fatto fare la doccia calda per evitare di sprecare il gas, e allora io le ho fatto fare la doccia da me. Non le ho mica dato 10.000 CFA. Le ho solo fatto fare la doccia.
Mi si rimprovera che mi isolo. IO mi isolo. Peccato che poi come ho già detto mi si dica che do troppa confidenza a tutti. Allora belli miei mettetevi d'accordo, fate una lista e che sia piena di elementi plausibili e coerenti. Qui è il regno del pettegolezzo.
Eppure si, mi sento libera, perché io col pippo che mi faccio incastrare nel meccanismo del "fai finta che il tuo vicino sia un amico ma non parlargli troppo perché potrebbe tradirti". No, io col mio vicino ci parlo, e se mi tradisce non ci parlo più. Inutile nascondermi dietro finti sorrisi, finti "nanga def? gej na la gis.. name nale". Io dico a qualcuno che mi manca solo se mi manca davvero. Qui ogni saluto è solo una formula da recitare a memoria come le preghiere. Ma poi in realtà nessuno sa veramente niente dell'altro perché alla domanda "è tanto che non ti vedo" ti rispondono "sono qui"... e non sai un cazzo del perché non hai più visto quella persona...
Io se uno mi dice è tanto che non ti vedo, gli dico che sto lavorando tanto, che ho l'influenza, che ho cambiato strada da un po' e che è per questo che non ci siamo visti... insomma, cazzo, un po' di condimento ai discorsi. Qui vivono di formule e di convenevoli.
Eppure nonostante tutte queste critiche, io qui sto bene. E mi sento libera. E' paradossale, ma è così.
Ho deciso che d'ora in poi mi dedico a chi mi pare e quando mi pare. Questo lo dico perché stavo rischiando di farmi ingabbiare nel meccanismo "non dare confidenza a tutti". Dare confidenza e dare fiducia sono due cose ben differenti. La fiducia la riservo a pochi, ovviamente.
Qui pensano tutti che sono nata oggi. Ogni cosa pensano di dovermela insegnare. "Lo sai che qui dopo i pasti beviamo l'acqua?".. "NOOO davvero? In Italia l'acqua non esiste!"
Insomma, questi primi mesi di tentativi di integrazione sono stati un po' duri. Ma trovo tutto molto normale. Io devo accettare loro, e loro devono accettare me. Se nel giro di un anno questo non avverrà, potrò sempre tornare. Mi son detta che se dovessi tornare in Italia, credo proprio che tornerei in Sardegna definitivamente. Alla fine il Senegal somiglia molto alla Sardegna. La gente è fiera della propria terra e delle proprie origini, è attaccata alla propria cultura, è testarda e piena di sogni per realizzare i quali fanno il minimo sforzo, in modo da potersi lamentare che piove governo ladro :)))
[...]
Roby"
"Ciao,
perdono se non ho ancora risposto, ma non ho mai tempo e soprattutto la connessione qui è un biglietto della lotteria, non sai mai quando funziona :)
Come procede qui? non so se hai letto le note che ho scritto qui su facebook, in cui analizzo un po' la società senegalese dal mio punto di vista. Diciamo che io continuo a starci bene, perché ho un enorme spirito di adattamento.
Ma non è facile. Non è facile perché vivo il razzismo sulla mia pelle. Cerco di ignorare a volte gli sguardi di chi mi guarda con disprezzo per il semplice fatto di essere nata dalla parte fortunata del mondo. Ma il più delle volte mi incazzo e rispondo con un "che cazzo guardi? " o "abbassa lo sguardo" ahhahaha
Ho degli amici, ho un quartiere che mi conosce ormai e forse non mi giudica né fortunata, né sfortunata, né piena di soldi, né senza soldi. Mi salutano semplicemente perché sono un essere umano come loro.
A volte finisco per isolarmi un po'. Quando il momento delle riflessioni arriva, non puoi sfuggirlo. Mi spiace che mia madre non abbia la mia stessa curiosità di scoprire mondi diversi. Mi spiace che abbia paura di staccarsi dal proprio nido e scoprire che altrove si può stare altrettanto bene e forse meglio.
Mi spiace che i maschi senegalesi non abbiano la minima capacità di dare veramente sicurezza a una donna. Eppure sul corano c'è scritto di prendersi cura delle proprie donne e di mettere la donna su un piedistallo. Peccato che con tutte le altre contraddizioni di cui è stracolmo questo benedetto scritto, gli uomini sono arrivati a avere il cervello in pappa e a non capire cosa devono fare.
Mi chiedo come diavolo si arrivi a essere così ossessionati dalla preghiera. Lo trovo fanatismo piuttosto che sincera fede. Ogni mattina sui car rapide (bus locale) c'è qualcuno col suo benedetto rosario... si, è un rosario, sto chapelet... e vedi le labbra recitare a voce bassa chissà quante volte il nome di allah solo per garantirsi un posto nel paradiso celeste. Ma sarà celeste? Chi gli da la garanzia che non sia nero, o una specie di Italia governata da ignoranti?
Invece di cercare di fare del proprio meglio per vivere la vita attuale, ci si appoggia alla speranza di viverne una migliore dopo la morte. E non si fa un pippo, ci si sforza il minimo indispensabile nell'attesa di crepare. Mi fa pensare al videogame The sims.
Li sei tu che spingi i tuoi personaggi a lavarsi, a mangiare, a pulire casa, a cercarsi un lavoro. Ma se non schiacci nessun bottone, restano li, senza pensare che devono pisciare, pensare a se stessi, lavarsi e lavorare per vivere.
E così vedi a Dakar persone sedute agli angoli delle strade che aspettano, incha allah (Se piace a Dio), che gli venga dato lo stimolo per muovere anche solo un dito.
Perché nonostante tutto questo io qui sto bene? Cos'è che mi fa star bene? A volte penso sia la mia diversità. Mi dico che qui sto bene perché tutti sono ridotti alle cozze, e io ho avuto il coraggio di prendere in mano la mia vita.
Ma che voglio fare? Voglio finire agli angoli delle strade aspettando il benedetto stimolo? o forse mi sono stimolata abbastanza e sono venuta qui a riposarmi insieme agli altri? ahahah che due palline.
Che poi io non posso riposare, lo dimostra il fatto che prima di sedermi all'angolo delle strade, ho cercato lavoro e ogni mattina mi tiro fuori dal letto molto presto, contro ogni mia volontà.
E' bella l'immagine che hai di Dakar nel momento in cui arrivi. Tutti sembrano sorridere, tutti sono senza stress, tutti amici, tutti gentili.
E poi scopri che è vero, non sono stressati perché non lavorano e non fanno un cazzo, dormono da mattina a sera, bevono té e vanno a mangiare a scrocco da chiunque... che bell'analisi he? ahahhaha
Ad ogni modo, io sto bene in questo fancazzismo generale. Vengo rispettata perché non mi son lasciata trascinare nel tunnel dei nullafacenti. A lavoro credo mi adorino. Ma qui il limite che separa la sincerità dalla falsità delle persone, non si vede neanche. Possono fingere qualsiasi tipo di sentimento umano.
I senegalesi sono dei grandi attori. Sanno sorridere quando sono nella merda, e far finta di soffrire come pazzi per farti pena ma voltato l'angolo se la spassano e ridono e si divertono dimenticando la recita dei poveretti.
Generalizzo, ma fortunatamente ci sono anche persone vere. E è a quelle che mi attacco con tutte le mie forze.
Insomma, questo Senegal non è molto diverso dall'Italia. Il governo è corrotto, la polizia è corrotta, persino i presidi delle scuole sono corrotti.
Ieri sono tornata ora a casa e mi sono preparata un'insalata di mais con sardine (che rimpiazzano abbastanza bene il tonno star). Non mi piace il tonno PINTON :)
Tempo fa ho comprato l'olio extravergine d'oliva. E' carissimo, ma è qualcosa a cui non posso rinunciare. Non posso condire le insalate con l'olio d'arachidi per friggere o l'olio di soia... zeraglia, wiwa l'olio extravergine :) Farò dei sacrifici solo per l'olio d'oliva. Se ci fosse il parmigiano o il grana, farei sacrifici anche per quello!
Non vedo l'ora che sia venerdi e che mi diano lo stipendio. Sono quasi alla canna del gas. In teoria potrei prelevare dal conto i soldi che mi sono inviata dall'Italia, ma mi sono ripromessa di usarli solo in caso di estrema emergenza. E dato che una settimana qui in Senegal passa alla svelta, domani è venerdi e il problema sarà risolto :)))
Ti racconto di Lass. E' il "pazzo" degli hlm4, il mio quartiere. E' considerato tale da tutti, ma a me sembra così sul pezzo. Certo, se lo incontri, ha un aspetto completamente rovinato... è senza denti, quasi storpio. Vuoi sapere perché?
Quando era giovane, era davanti alla tv. I suoi fratelli maggiori gli dicono che vogliono guardare la tv anche loro. Lui dice di aspettare che finisca il programma che sta guardando. E sai che succede?
Lo pestano a sangue.
Lass si risveglia in ospedale in stato confusionale, SENZA DENTI, con le braccia e le gambe rotte, col viso completamete tumefatto.
Già, amore fraterno. E' interessante non trovi? Nemmeno in famiglia c'è quello che io chiamo amore. Gli hanno estratto i denti uno a uno... con le pinze. Il racconto mi ha scioccata. Nessuno ha sporto denuncia. La madre di Lass ha detto che succede, "sono ragazzi"... e ora i suoi fratelli continuano a vivere con la coscienza pulita in mezzo a tutta la comunità degli hlm che li tratta da compari, da "amici", come se fossero delle persone che meritano comunque di restare in mezzo agli altri. E io faccio così fatica a integrarmi. Vengono accettate certe cose, e non viene accettato che una toubab (bianca) venga a stabilirsi in mezzo a loro, perché che ci viene a fare con la sua valigia piena di migliaia di euro? che se ne stesse a casa sua... insomma, è tutto un non-sense.
Eppure nonostante lo chock ricevuto, Lass ha mantenuto secondo me una lucidità. Certo, la vedo solo io, ma io ci vedo benissimo. Sono gli altri che sono orbi.
Che palle, non ho voglia di andare a lavoro domani. Dakar è un condominio in qualsiasi ambito. Tutti amano la chiacchiera e il pettegolezzo. E' quasi una fame assurda di vite altrui dato che le loro hanno vergogna a raccontarle o hanno il terrore del giudizio degli altri.
"nanga def? mangui fi" Mentre io rispondo che si, sto bene ora, ma la settimana è stata dura e compagnia bella .... offro spunti di discussione, forse per questo che in qualche modo mi "amano".
Dakar mi tortura parecchio. Tanta gente è maleducata, invadente, invidiosa, falsa. Eppure per qualche strano motivo sto meglio qui che in Italia. Paradossalmente mi sento libera. Qui in Senegal nessuno è libero. Sono tutti schiavi di una cultura dettata da marabutti, dal corano, dal genio di quartiere. Nessuno osa fare qui quello che tanti invece fanno in Europa fottendosene altamente di piegarsi a 90 per 5 volte al giorno per pregare e evitare il castigo di Dio.
Qui si, tutto è finto. Alcuni non si rendono conto di fingere di credere in Dio perché gli altri sembrano crederci più di te. E allora devi dimostrare che anche tu sei credente e praticante, così fai parte della cumpa. Ho visto una scena che mi ha quasi fatta ammazzare dal ridere.
A., il mio amico di Bergamo, è anche amico di Salif, il mio fidanzato. L'altra sera ci siamo visti da Salif e arrivata l'ora della preghiera hanno pregato insieme. Ti giuro, sembrava una gara a chi si piegava più veloce. Sembrava fosse una sfida della preghiera. Ecco perché pregano, per tenersi in forma. E' meglio dello sport!!
Li guardavo e mi dicevo: "forse che Dio li sta guardando e sghignazza sotto i baffi?" Ma Dio avrà i baffi mi dico? Insomma, io posso pensare quel che mi pare di Dio. Qui se fai una battuta sul supremo, rischi il linciaggio.
Il senso dell'umorismo non esiste.
Ad ogni modo, io devo riprendermi un po'. Il morale è sceso, forse a causa della malattia, che mi ha dato modo di riflettere, o forse mi sono ammalata a furia di riflettere. Mi si rimprovera che do troppa confidenza alla gente, e poi mi si dice che IO non voglio integrarmi. Mi si rimprovera che non parlo wolof nonostante sia qui da 4 mesi. Forse dipende dal fatto che NESSUNO è disposto a aiutarmi in questo? Io non sono nata imparata. Qui pensano che tu debba imparare il wolof per osmosi. Ok, io lo imparerò, ma togliendo di mezzo, chi disturba la mia quiete, vuoi per ipocrisia, vuoi per falsità negli atteggiamenti, vuoi per critiche immeritate. Mi si rimprovera che sono toubab. Roba da non credere. "Tu sei toubab e non puoi capire". Belli miei, io posso capire perché sono stata educata a pensare con la mia testa, non con un libro scritto in versetti in cui si parla di inganni e di sofferenze gratuite da infliggere alle donne e agli esseri umani.
Mi si rimprovera che sono troppo gentile con Aminta (una ragazzina a cui sto insegnando a studiare, perché non ha proprio un metodo). Cazzo, l'altro giorno a casa sua non le hanno fatto fare la doccia calda per evitare di sprecare il gas, e allora io le ho fatto fare la doccia da me. Non le ho mica dato 10.000 CFA. Le ho solo fatto fare la doccia.
Mi si rimprovera che mi isolo. IO mi isolo. Peccato che poi come ho già detto mi si dica che do troppa confidenza a tutti. Allora belli miei mettetevi d'accordo, fate una lista e che sia piena di elementi plausibili e coerenti. Qui è il regno del pettegolezzo.
Eppure si, mi sento libera, perché io col pippo che mi faccio incastrare nel meccanismo del "fai finta che il tuo vicino sia un amico ma non parlargli troppo perché potrebbe tradirti". No, io col mio vicino ci parlo, e se mi tradisce non ci parlo più. Inutile nascondermi dietro finti sorrisi, finti "nanga def? gej na la gis.. name nale". Io dico a qualcuno che mi manca solo se mi manca davvero. Qui ogni saluto è solo una formula da recitare a memoria come le preghiere. Ma poi in realtà nessuno sa veramente niente dell'altro perché alla domanda "è tanto che non ti vedo" ti rispondono "sono qui"... e non sai un cazzo del perché non hai più visto quella persona...
Io se uno mi dice è tanto che non ti vedo, gli dico che sto lavorando tanto, che ho l'influenza, che ho cambiato strada da un po' e che è per questo che non ci siamo visti... insomma, cazzo, un po' di condimento ai discorsi. Qui vivono di formule e di convenevoli.
Eppure nonostante tutte queste critiche, io qui sto bene. E mi sento libera. E' paradossale, ma è così.
Ho deciso che d'ora in poi mi dedico a chi mi pare e quando mi pare. Questo lo dico perché stavo rischiando di farmi ingabbiare nel meccanismo "non dare confidenza a tutti". Dare confidenza e dare fiducia sono due cose ben differenti. La fiducia la riservo a pochi, ovviamente.
Qui pensano tutti che sono nata oggi. Ogni cosa pensano di dovermela insegnare. "Lo sai che qui dopo i pasti beviamo l'acqua?".. "NOOO davvero? In Italia l'acqua non esiste!"
Insomma, questi primi mesi di tentativi di integrazione sono stati un po' duri. Ma trovo tutto molto normale. Io devo accettare loro, e loro devono accettare me. Se nel giro di un anno questo non avverrà, potrò sempre tornare. Mi son detta che se dovessi tornare in Italia, credo proprio che tornerei in Sardegna definitivamente. Alla fine il Senegal somiglia molto alla Sardegna. La gente è fiera della propria terra e delle proprie origini, è attaccata alla propria cultura, è testarda e piena di sogni per realizzare i quali fanno il minimo sforzo, in modo da potersi lamentare che piove governo ladro :)))
[...]
Roby"
Sénégal - Dakar: Ottobre-Dicembre 2009, Qui se sgomiti ottieni rispetto
21/10/2009
Sembra davvero di essermici abbonata. Da tre giorni ho di nuovo la malaria. L’ho capito ieri. Lunedi mi son svegliata con fitte molto forti alla schiena e all’addome. Ho pensato che domenica il mio impegno nella ricomposizione delle scatole arrivate dall’Italia, fosse stato eccessivo e il mio corpo ne avesse risentito. Non sono più giovincella, ecco. Certi sforzi mi stremano. E invece no, non era l’età la responsabile dei miei dolori. Ieri al rientro dal lavoro, mentre facevo la doccia ho iniziato a tremare come una folle. Malaria, ho detto. Ho sempre con me della clorochina da quando ho avuto la mia prima malaria. E così, visto che era tardi, e che non avevo la forza di andare in farmacia, ho preso due compresse. Ormai conosco la tiritera. Due appena scopri di essere infetta, due dopo 6 ore, due il mattino seguente e due il giorno a seguire. Ok, e ora come cacchio faccio col lavoro?
Ammetto che le lacrime sono arrivate all’istante.
Porca miseria, possibile che me la becchi solo io? Sono arrivata da una decina di giorni, e sono già un catorcio.
Esco dalla doccia e suonano alla porta. Apro avvolta in un asciugamano azzurro senza neanche chiedere ko kan la? (chi è?) e senza neanche guardare in faccia chi fosse, dico: “Ho la malaria cazzo”. In italiano. Si, e Salif mi guarda e dice: “che hai detto?”
“J’ai le paludisme”… si, ha capito. E inizia con una serie di “mannò, dai, è la stanchezza, è il caldo, è il lavoro, è il cambiamento di clima”.
Ripeto “ho la malaria, quando tu hai la malaria, sai di avere la malaria, no? Ormai la riconosci, no? Ecco, anche io. Ho la malaria”
Entra in casa, e vede che tremo. Si, sentivo un freddo fottuto. Il ventilatore normalmente soffia talmente leggero che non me ne accorgo. Ieri lo sentivo come lame sulla pelle. Ho preso un piumone e mi son messa a letto. Ho spedito Salif alla farmacia a comprarmi il Coartem, e dopo due banane ho preso le 4 compresse. Lo so, non si fanno i coctail di medicinali, ma ero sicura che non sarei schiattata.
Già dopo un’oretta ho ripreso a respirare. Si, a me la malaria toglie il respiro. Mi chiude la gabbia toracica e se faccio respiri troppo profondi sento che potrebbe esplodere. Non posso neanche ridere. Se rido, mi duole l’addome, i fianchi, la milza, il fegato, i reni, la schiena. E la spalla destra. Ieri era la destra, oggi siamo passati a sinistra. Incredibile come neanche la malaria sappia da che parte stare.
Salif era stupito nel vedermi sotto il piumone. Lui sudava come un pazzo. Effettivamente la temperatura qui non è che sia proprio fresca. Dopo qualche minuto è uscito e mi ha lasciata li, sola, con la mia malattia.
Ammetto che non me l’aspettavo. Insomma, di malaria si muore. Uno nato qui dovrebbe saperlo. Ho trovato molto disumano il fatto che lui mi abbia lasciata da sola pur sapendo quanto stessi male. Mi son posta tante domande. Non è normale. Sono estranea a questa città, non ho dei parenti che possono venire a prendersi cura di me, e l’unica persona su cui facevo affidamento, mi ha abbandonata in mezzo a una crisi malarica anche forte. Che razza di relazioni si instaurano qui tra le persone? Fino a che punto arriva veramente la teranga senegalese?
Tutti sono pronti a offrirti un pasto negli orari dei pasti. Ma non si va oltre. Se hai un problema, non ci sono tante orecchie pronte a ascoltarti. Ma questo è ovunque così. Lo ammetto. Però quello su cui rifletto è proprio la tanto rinomata teranga senegalese. Accoglienza a mio avviso significa prendere per mano qualcuno e non farlo sentire perso in un mondo che gli è ignoto.
E io ieri mi son sentita persa. Non accolta. Non presa per mano. E mi sento persa ogni volta che nessuno fa uno sforzo per tradurmi i discorsi che si fanno. E’ vero, sono io che ho scelto di cambiare paese. Ma faccio già uno sforzo enorme nel parlare francese, per cui sarebbe teranghese da parte loro, fare uno sforzo per inserirmi aiutandomi con il wolof. E invece si pretende che io sia nata già imparata, o che impari per conto mio.
Il passaggio di consegne qui non esiste. Se tu vuoi imparare qualcosa, sono affari tuoi, ti devi arrangiare, nessuno condivide i propri saperi perché tu potresti poi guadagnarci qualcosa che loro ancora non hanno saputo individuare nelle proprie capacità. Questo vale nella lingua, ma vale anche nel lavoro. Non passano le consegne. Sono arrivata da una settimana e le consegne me le sto passando da sola sfogliando cataloghi, cercando di capire da sola quale sarà il mio mestiere. Non è facile, ma cari miei signori della teranga, non sapete ancora con chi avete a che fare. Appena mi rimetto in sesto, cambio strategia. Vi costringerò a insegnarmi quello che mi serve. E se non mi volete intorno mentre lavorate e siete stra-occupati, sarà bene per voi insegnarmi bene, perché sennò ritorno a riempirvi di domande.
Ho lasciato passare i primi cinque giorni così, senza rompere i pallini a nessuno, perché pensavo che lo stile di passaggio di consegne fosse quello di arrangiarsi alla bell’e meglio con i pochi strumenti forniti.
Ma non è così che si sopravvive a Dakar. Se non sai qualcosa, se ti serve qualcosa, non devi mai avere paura di chiedere, di sgomitare, di spingere e di fare a pugni per averlo.
Sul bus ho imparato a sgomitare proprio ieri. Una grassona non faceva che spingermi col suo culo enorme. Io per gentilezza le facevo spazio, perché mi mettevo nei suoi panni e mi dicevo, poveretta, alla fine io posso spostarmi con agilità… Ma alla faccia della mia gentilezza, quella mi ha pestato un piede perché i ciccioni, si sa, non si tengono bene sui mezzi pubblici, tanto sanno che in qualche modo rotolano comunque. Al che non ci ho visto più, ho puntato i gomiti sulla sua schiena e cara cicciona, spero tu abbia capito che li c’ero prima io, che devi dimagrire, e che anche se sono toubab, merito il tuo rispetto.
Sui bus la teranga non esiste. In mezzo al traffico la teranga non esiste. Quando fai la coda da qualche parte, la teranga non esiste. Tutti non fanno che sgomitare per togliere di mezzo il prossimo. Ho capito come funziona. E sono pronta a sgomitare.
Aspetto che questa malaria passi, e conquisterò i miei spazi. Sul lavoro, in città, dappertutto punterò i gomiti sulle schiene di chi non è veramente teranghese. Questa parola me la sono inventata io. O forse è già stata usata da qualcun altro nel mondo a mia insaputa. Ad ogni modo, qui la teranga vale solo per il cibo e il posto letto. Sono le cose essenziali. Il resto è troppo impegnativo.
Mettersi nei panni degli altri, è qualcosa che è irraggiungibile da qualsiasi africano incontrato in vita mia.
Qualsiasi riflessione richieda un impegno superiore a quello di doversi chiedere cosa si mangi oggi a pranzo o a cena, viene quasi evitata. Come va? Hai dormito bene? Hai mangiato bene? E gli affari? Ma quali affari? Insomma, qui il 90% delle persone che conosco non lavora.
E’ interessante perché a me chiedono “e la tua vacanza, procede bene?”. Cari, io qui ci lavoro. E ve l’ho anche detto. Ma l’impegno mentale di ricordare questo dettaglio è stato riservato a qualcos’altro.
Queste sono solo riflessioni che mi porto dentro da tanto tempo. Ad ogni modo sono felice di essere qui, per il fatto di mettermi in gioco da capo, in un mondo che è veramente capovolto e che ti prende a gomitate tutti i giorni.
20/12/2009
Dove vanno i talibé di Dieppeul quando fuori alle 7.00 del mattino si gela? Pensavo andassero da qualche parte, e invece li vedi spuntare puntuali, con il loro barattolo di latta rosso, gli sgambetti in segno d’amicizia, le magliette enormi che arrivano fino a terra, e luride che la metà basta. Da che ho iniziato quest’avventura, ho il mio talibé preferito. Non ho idea di come si chiami, ma fatto sta che quando lo vedo ogni mattina è come se incontrassi qualcuno che ho sempre conosciuto e che è sempre stato li a aspettarmi.
Si avvicina discreto, mi guarda dal basso sperando con tutto il cuore che io abbia qualcosa da dargli, e quando gli sorrido facendogli capire che ho i soliti biskream, mi sgrana tutti i suoi dentini in segno di gratitudine. Da qualche tempo ha un compare più nano di lui che comincia a conquistare la mia simpatia. E’ talmente bello, e talmente infreddolito quando viene da me che mi vien voglia di portarmelo a casa. Cosa succederebbe se mi portassi due talibé a casa e decidessi di prendermi cura di loro? Non ne ho idea.
Odio questo fenomeno in città. Bambini sguinzagliati alla ricerca di pochi franchi CFA e di piccoli tesori, tra cui pane, zucchero, lait caillé, biscotti, arachidi. Per cosa poi? Si crede veramente che a sera, grazie a tutti quei doni, questi bambini avranno la forza di pregare per ognuno di quelli che hanno donato? Si crede veramente che questi bambini si ricorderanno tutte le facce di quelli che hanno dato qualcosa? E soprattutto, si crede veramente che questi bambini, una volta rientrati nel dara avranno le energie per mettersi a studiare il corano? C’è davvero qualcuno che a sera gli insegna il corano?
I marabut sono le Vanna Marchi di Dakar. La gente va dal marabut perché lui preghi per loro e interceda verso Dio. Ma veramente c’è bisogno di qualcuno che interceda perché Dio ascolti le proprie preghiere? Con che diritto un marabut si elegge a inviato di Dio e pretende che le sue preghiere siano più efficaci delle mie? Con che diritto un marabut ti dice che il prodotto che ti prepara con pezzetti di versetti di corano immersi nell’acqua o nel sapone, ti aiuterà a trovare un lavoro? O a avere fortuna nella vita senza fare un pippo? O a fare in modo che i tuoi figli vadano bene a scuola? Insomma, questi Vanna Marchi inviati di Dio, hanno scoperto un bel business secondo me. Se veramente fossero inviati di Dio, dovrebbero pregare GRATIS, perché tanto Dio li ricompenserà. Questi signori hanno studiato il corano meglio di altri, forse, e una volta finita la scuola, hanno trascinato un gruppetto di sostenitori a spargere la voce che hanno poteri speciali. E’ un po’ quello che succede in politica. La gente ripone fiducia in qualcuno che sembra davvero sapere come andare dove vuoi andare, in qualcuno che sembra davvero avere i mezzi per risolvere i problemi di tutti.
La gente ha bisogno di credere in qualcosa. Io credo che si sia quasi obbligati a credere a questi Vanna Marchi senegalesi, perché se neanche loro conoscono quale sia il modo per uscire da tutta questa disperazione, vista la latitanza di segni concreti di una presenza Divina, allora la popolazione si sentirebbe davvero perduta.
E allora ecco che diventa priorità partire con un bus fuori città, spendere per mezzo di trasporto e recarsi a casa di quel tal marabut che pare che faccia saponi strepitosi contro la sfortuna o contro la disoccupazione. E così, dopo aver pagato per il trasporto, si arriva li, si dona un montone perché il marabut possa fare un sacrificio (e riempirsi lo stomaco), e dopo un’attesa infinita, tocca a te.
“Che problemi hai?”
“Non lavoro da mesi”
“Ok, ti preparo un sapone. Vieni a ritirarlo sabato. Questo devi usarlo due giorni per due volte al giorno. Ma se ti interessa, ne ho appena creato uno che va usato per 22 giorni. Costa un po’ di più ma vale la pena.”
E ecco tanta gente indebitarsi per poter pagare il marabut che scrive versetti di corano a tutto spiano su carta “speciale”, e in seguito taglia a pezzetti tutto per affondarlo nell’unguento.
Io ormai sono talmente cinica che continuo a dire “io ho un sapone alla mora e muschio che mi ha permesso di arrivare in Senegal, di prendere una casa in affitto, di trovare un lavoro, un fidanzato e un sacco di amici”. La cosa grave è che a volte mi credono. E mi chiedono di vender loro il mio bagnoschiuma Vidal alla mora e muschio. Credo che potrei far peggio di Vanna Marchi alla gente qui. Ho uno strano potere di convincimento sulle persone. Mi si guarda in faccia e mi si crede. E’ merito del fatto che vengo dalla Sardegna, e in Sardegna si sa, la più parte delle persone sono sincere e scagliano le verità come sassi.
Se fossi un po’ spietata, mi inventerei un potere e sono sicura che da qui a un anno avrei i miei seguaci.
Sono qui da pochi mesi e ho già una serie di persone che credono che io abbia poteri curativi. Ogni volta che qualcuno sta male, in ufficio, in quartiere, viene da me o mi invia qualcuno perché suggerisca cosa prendere o cosa mangiare. Do semplici consigli sulla buona alimentazione e in seguito le persone cominciano a star bene. Qui mangiano grassi e porcherie in grandi quantità. E’ per questo che le donne senegalesi esplodono ai 25 anni e diventano delle gran ciccione. Non fanno sport, non bevono acqua, non camminano tanto, spendono tanti soldi in taxi e poi fanno fatica a salire le scale di casa.
Ho diagnosticato diversi casi di malaria, e ho suggerito la medicina migliore da prendere. Coartem o cofantrine. Il cofantrine ha la stessa efficacia e contenuto del Coartem. E’ pazzesco che la gente preferisca rivolgersi a una sconosciuta, a un marabut, a una Vanna Marchi, piuttosto che a un medico o a un farmacista. La fiducia in chi ricopre un ruolo perché effettivamente ha delle capacità, qui manca. Non si crede ai politici, non si crede ai medici, non si crede agli insegnanti, non si crede alle istituzioni in genere. Si preferisce credere a chi vende speranza in cambio di saponi speciali. Questo è il dramma qui. La gente non crede nelle proprie capacità, perché se piace a Dio, le tue capacità vengono viste, sennò t’attacchi al pioppo.
Ad ogni modo, comincio a mentire. Si. Ho iniziato una fase in cui comincio a mentire anche io. E alla menzogna accompagno la mia abilità nella vendita. In realtà non sono mai stata una gran venditrice, ma quel che mi piace te lo vendo come se fosse la cosa più preziosa del mondo. E così comincio a guadagnare su minchiate. E se dico minchiate, giuro che sono minchiate. Ma qui la gente compra tutto, purché arrivi dall’Europa. Qui la crisi non esiste. E’ vero. La gente spende anche senza avere soldi. Si indebita fino all’osso, ma spende. Tanto un giorno ti renderà tutto, se piace a Dio (incha allah). Troppo facile incha allah!
E così il mercato non è mai fermo. In tutte le vie di Dakar si compra e si vende senza ritegno. Di tutto. Fa quasi paura la venalità che caratterizza la personalità tipica di un abitante del luogo. Devo stare attenta a non farmi trascinare nel tunnel. E’ talmente facile cadere nella voglia di guadagnare su tutto.
Qui ti fanno un favore e poi si aspettano una mancetta. Non esistono gli amici veri che ti fanno un favore, e dopo gli offri da bere e finisce li. Non posso parlare con tutti delle mie osservazioni. Figuriamoci, se parlassi dei marabut in questo modo ai baye fall che sono qui sotto casa mia, non so come andrebbe a finire.
Ad ogni modo, i baye fall non sono persone cattive. Sono talibé diventati adulti e che continuano a non fare un pippo da mattina a sera, tanto se piace a Dio, si arriva comunque fino a domani.
Ero rimasta al 21 ottobre, quando ho avuto la malaria. Bene, è passata, mi sono curata e l’ho sconfitta anche sta volta. Al rientro al lavoro ho partecipato all’ultimo giorno di formazione su un’applicazione che dovremmo utilizzare da Gennaio 2010. Il professore ha dato un esercizio, io l’ho fatto senza aver seguito la settimana di formazione e tutti sono rimasti a bocca aperta. Ho sgomitato. E ho sorpreso tutti. Il giorno dopo sono stata promossa e ho cominciato a lavorare. Erano solamente 10 giorni che ero li, di cui 5 passati a leggere cataloghi e 5 con la malaria, eppure ho stracciato tutti dimostrando che la toubab ha un bel gran cervello, e che cervello!
Qui se sgomiti ottieni rispetto. Lo dimostro anche quando una signorina che io definisco un po’ baldracca, fa delle allusioni sul mio conto e non gliene faccio passare una. Tale signorina cerca sempre di farmi passare per la toubab che non conosce, non capisce e non sa fare un pippo. Bella, non sai con chi hai a che fare. Le rispondo per benino davanti a tutti, e ogni match è una mia vittoria. La sua ignoranza mi aiuta parecchio. Qui le donne con qualche neurone sano, sono rare. Purtroppo devo dirlo. Le relazioni che instaurano con gli uomini sono solamente per avere del denaro in cambio. Non si sposano se il futuro marito non ha abbastanza soldi, e se prima del matrimonio non le ha riempite di regali costosi.
Ci sono donne che accettano la poligamia solo perché il futuro marito è ricco o perché nessun altro se le piglia. Dove sta scritto che è obbligatorio sposarsi? Tutti i soldi che vengono spesi in vestiti, scarpe, accessori e compagnia bella per le feste (qui c’è una festa ogni due per tre), dovrebbero essere investiti nella propria educazione. Quel che manca a tante donne è l’istruzione. E senza istruzione è difficile trovare un lavoro che non sia quello di domestica o lavapiatti o lava vestiti. Ma si preferisce mille volte spendere e spandere su abiti e compagnia bella, per il battesimo di un bambino nato dall’altra parte della città e di cui non si conoscono neanche i genitori, per il semplice fatto che non sta bene non partecipare a un evento a cui si è stati invitati, piuttosto che mettere qualcosa da parte per l’istruzione e il futuro. Il futuro in Africa non esiste. Sono talmente affranta per questo. Il mio punto di vista, lo so, è duro e cozza con la cultura in cui mi sono immersa. Tutti qui vivono benissimo anche senza futuro. Non si lamentano perché forse sanno che sono proprio loro i responsabili del loro futuro.
In realtà si attribuisce sempre la responsabilità di tutto a Dio. Incha allah è talmente di moda che si ritiene che dato che tutto è già stato scritto, si può stare seduti ad aspettare che Dio faccia quel che gli piace.
Io continuo a sgomitare. Non mi siedo. Se mi siedo, finisco che divento baye fall e mi sparo nelle ovaie. Troppo facile prendere il ruolo di chi pretende di sapere tutto sulle vie che conducono a Dio. E passare tutta la vita a parlare solo di questo e convincere i bisognosi di speranza che sia la sola cosa da fare nella vita se si vuole avere una seconda vita nell’aldilà. Scusate tanto, ma che due palline. Io credo fermamente che occorra fare in modo di viversi ben bene questa di vita, perché dell’aldilà non si sa un pippo.
Sembra davvero di essermici abbonata. Da tre giorni ho di nuovo la malaria. L’ho capito ieri. Lunedi mi son svegliata con fitte molto forti alla schiena e all’addome. Ho pensato che domenica il mio impegno nella ricomposizione delle scatole arrivate dall’Italia, fosse stato eccessivo e il mio corpo ne avesse risentito. Non sono più giovincella, ecco. Certi sforzi mi stremano. E invece no, non era l’età la responsabile dei miei dolori. Ieri al rientro dal lavoro, mentre facevo la doccia ho iniziato a tremare come una folle. Malaria, ho detto. Ho sempre con me della clorochina da quando ho avuto la mia prima malaria. E così, visto che era tardi, e che non avevo la forza di andare in farmacia, ho preso due compresse. Ormai conosco la tiritera. Due appena scopri di essere infetta, due dopo 6 ore, due il mattino seguente e due il giorno a seguire. Ok, e ora come cacchio faccio col lavoro?
Ammetto che le lacrime sono arrivate all’istante.
Porca miseria, possibile che me la becchi solo io? Sono arrivata da una decina di giorni, e sono già un catorcio.
Esco dalla doccia e suonano alla porta. Apro avvolta in un asciugamano azzurro senza neanche chiedere ko kan la? (chi è?) e senza neanche guardare in faccia chi fosse, dico: “Ho la malaria cazzo”. In italiano. Si, e Salif mi guarda e dice: “che hai detto?”
“J’ai le paludisme”… si, ha capito. E inizia con una serie di “mannò, dai, è la stanchezza, è il caldo, è il lavoro, è il cambiamento di clima”.
Ripeto “ho la malaria, quando tu hai la malaria, sai di avere la malaria, no? Ormai la riconosci, no? Ecco, anche io. Ho la malaria”
Entra in casa, e vede che tremo. Si, sentivo un freddo fottuto. Il ventilatore normalmente soffia talmente leggero che non me ne accorgo. Ieri lo sentivo come lame sulla pelle. Ho preso un piumone e mi son messa a letto. Ho spedito Salif alla farmacia a comprarmi il Coartem, e dopo due banane ho preso le 4 compresse. Lo so, non si fanno i coctail di medicinali, ma ero sicura che non sarei schiattata.
Già dopo un’oretta ho ripreso a respirare. Si, a me la malaria toglie il respiro. Mi chiude la gabbia toracica e se faccio respiri troppo profondi sento che potrebbe esplodere. Non posso neanche ridere. Se rido, mi duole l’addome, i fianchi, la milza, il fegato, i reni, la schiena. E la spalla destra. Ieri era la destra, oggi siamo passati a sinistra. Incredibile come neanche la malaria sappia da che parte stare.
Salif era stupito nel vedermi sotto il piumone. Lui sudava come un pazzo. Effettivamente la temperatura qui non è che sia proprio fresca. Dopo qualche minuto è uscito e mi ha lasciata li, sola, con la mia malattia.
Ammetto che non me l’aspettavo. Insomma, di malaria si muore. Uno nato qui dovrebbe saperlo. Ho trovato molto disumano il fatto che lui mi abbia lasciata da sola pur sapendo quanto stessi male. Mi son posta tante domande. Non è normale. Sono estranea a questa città, non ho dei parenti che possono venire a prendersi cura di me, e l’unica persona su cui facevo affidamento, mi ha abbandonata in mezzo a una crisi malarica anche forte. Che razza di relazioni si instaurano qui tra le persone? Fino a che punto arriva veramente la teranga senegalese?
Tutti sono pronti a offrirti un pasto negli orari dei pasti. Ma non si va oltre. Se hai un problema, non ci sono tante orecchie pronte a ascoltarti. Ma questo è ovunque così. Lo ammetto. Però quello su cui rifletto è proprio la tanto rinomata teranga senegalese. Accoglienza a mio avviso significa prendere per mano qualcuno e non farlo sentire perso in un mondo che gli è ignoto.
E io ieri mi son sentita persa. Non accolta. Non presa per mano. E mi sento persa ogni volta che nessuno fa uno sforzo per tradurmi i discorsi che si fanno. E’ vero, sono io che ho scelto di cambiare paese. Ma faccio già uno sforzo enorme nel parlare francese, per cui sarebbe teranghese da parte loro, fare uno sforzo per inserirmi aiutandomi con il wolof. E invece si pretende che io sia nata già imparata, o che impari per conto mio.
Il passaggio di consegne qui non esiste. Se tu vuoi imparare qualcosa, sono affari tuoi, ti devi arrangiare, nessuno condivide i propri saperi perché tu potresti poi guadagnarci qualcosa che loro ancora non hanno saputo individuare nelle proprie capacità. Questo vale nella lingua, ma vale anche nel lavoro. Non passano le consegne. Sono arrivata da una settimana e le consegne me le sto passando da sola sfogliando cataloghi, cercando di capire da sola quale sarà il mio mestiere. Non è facile, ma cari miei signori della teranga, non sapete ancora con chi avete a che fare. Appena mi rimetto in sesto, cambio strategia. Vi costringerò a insegnarmi quello che mi serve. E se non mi volete intorno mentre lavorate e siete stra-occupati, sarà bene per voi insegnarmi bene, perché sennò ritorno a riempirvi di domande.
Ho lasciato passare i primi cinque giorni così, senza rompere i pallini a nessuno, perché pensavo che lo stile di passaggio di consegne fosse quello di arrangiarsi alla bell’e meglio con i pochi strumenti forniti.
Ma non è così che si sopravvive a Dakar. Se non sai qualcosa, se ti serve qualcosa, non devi mai avere paura di chiedere, di sgomitare, di spingere e di fare a pugni per averlo.
Sul bus ho imparato a sgomitare proprio ieri. Una grassona non faceva che spingermi col suo culo enorme. Io per gentilezza le facevo spazio, perché mi mettevo nei suoi panni e mi dicevo, poveretta, alla fine io posso spostarmi con agilità… Ma alla faccia della mia gentilezza, quella mi ha pestato un piede perché i ciccioni, si sa, non si tengono bene sui mezzi pubblici, tanto sanno che in qualche modo rotolano comunque. Al che non ci ho visto più, ho puntato i gomiti sulla sua schiena e cara cicciona, spero tu abbia capito che li c’ero prima io, che devi dimagrire, e che anche se sono toubab, merito il tuo rispetto.
Sui bus la teranga non esiste. In mezzo al traffico la teranga non esiste. Quando fai la coda da qualche parte, la teranga non esiste. Tutti non fanno che sgomitare per togliere di mezzo il prossimo. Ho capito come funziona. E sono pronta a sgomitare.
Aspetto che questa malaria passi, e conquisterò i miei spazi. Sul lavoro, in città, dappertutto punterò i gomiti sulle schiene di chi non è veramente teranghese. Questa parola me la sono inventata io. O forse è già stata usata da qualcun altro nel mondo a mia insaputa. Ad ogni modo, qui la teranga vale solo per il cibo e il posto letto. Sono le cose essenziali. Il resto è troppo impegnativo.
Mettersi nei panni degli altri, è qualcosa che è irraggiungibile da qualsiasi africano incontrato in vita mia.
Qualsiasi riflessione richieda un impegno superiore a quello di doversi chiedere cosa si mangi oggi a pranzo o a cena, viene quasi evitata. Come va? Hai dormito bene? Hai mangiato bene? E gli affari? Ma quali affari? Insomma, qui il 90% delle persone che conosco non lavora.
E’ interessante perché a me chiedono “e la tua vacanza, procede bene?”. Cari, io qui ci lavoro. E ve l’ho anche detto. Ma l’impegno mentale di ricordare questo dettaglio è stato riservato a qualcos’altro.
Queste sono solo riflessioni che mi porto dentro da tanto tempo. Ad ogni modo sono felice di essere qui, per il fatto di mettermi in gioco da capo, in un mondo che è veramente capovolto e che ti prende a gomitate tutti i giorni.
20/12/2009
Dove vanno i talibé di Dieppeul quando fuori alle 7.00 del mattino si gela? Pensavo andassero da qualche parte, e invece li vedi spuntare puntuali, con il loro barattolo di latta rosso, gli sgambetti in segno d’amicizia, le magliette enormi che arrivano fino a terra, e luride che la metà basta. Da che ho iniziato quest’avventura, ho il mio talibé preferito. Non ho idea di come si chiami, ma fatto sta che quando lo vedo ogni mattina è come se incontrassi qualcuno che ho sempre conosciuto e che è sempre stato li a aspettarmi.
Si avvicina discreto, mi guarda dal basso sperando con tutto il cuore che io abbia qualcosa da dargli, e quando gli sorrido facendogli capire che ho i soliti biskream, mi sgrana tutti i suoi dentini in segno di gratitudine. Da qualche tempo ha un compare più nano di lui che comincia a conquistare la mia simpatia. E’ talmente bello, e talmente infreddolito quando viene da me che mi vien voglia di portarmelo a casa. Cosa succederebbe se mi portassi due talibé a casa e decidessi di prendermi cura di loro? Non ne ho idea.
Odio questo fenomeno in città. Bambini sguinzagliati alla ricerca di pochi franchi CFA e di piccoli tesori, tra cui pane, zucchero, lait caillé, biscotti, arachidi. Per cosa poi? Si crede veramente che a sera, grazie a tutti quei doni, questi bambini avranno la forza di pregare per ognuno di quelli che hanno donato? Si crede veramente che questi bambini si ricorderanno tutte le facce di quelli che hanno dato qualcosa? E soprattutto, si crede veramente che questi bambini, una volta rientrati nel dara avranno le energie per mettersi a studiare il corano? C’è davvero qualcuno che a sera gli insegna il corano?
I marabut sono le Vanna Marchi di Dakar. La gente va dal marabut perché lui preghi per loro e interceda verso Dio. Ma veramente c’è bisogno di qualcuno che interceda perché Dio ascolti le proprie preghiere? Con che diritto un marabut si elegge a inviato di Dio e pretende che le sue preghiere siano più efficaci delle mie? Con che diritto un marabut ti dice che il prodotto che ti prepara con pezzetti di versetti di corano immersi nell’acqua o nel sapone, ti aiuterà a trovare un lavoro? O a avere fortuna nella vita senza fare un pippo? O a fare in modo che i tuoi figli vadano bene a scuola? Insomma, questi Vanna Marchi inviati di Dio, hanno scoperto un bel business secondo me. Se veramente fossero inviati di Dio, dovrebbero pregare GRATIS, perché tanto Dio li ricompenserà. Questi signori hanno studiato il corano meglio di altri, forse, e una volta finita la scuola, hanno trascinato un gruppetto di sostenitori a spargere la voce che hanno poteri speciali. E’ un po’ quello che succede in politica. La gente ripone fiducia in qualcuno che sembra davvero sapere come andare dove vuoi andare, in qualcuno che sembra davvero avere i mezzi per risolvere i problemi di tutti.
La gente ha bisogno di credere in qualcosa. Io credo che si sia quasi obbligati a credere a questi Vanna Marchi senegalesi, perché se neanche loro conoscono quale sia il modo per uscire da tutta questa disperazione, vista la latitanza di segni concreti di una presenza Divina, allora la popolazione si sentirebbe davvero perduta.
E allora ecco che diventa priorità partire con un bus fuori città, spendere per mezzo di trasporto e recarsi a casa di quel tal marabut che pare che faccia saponi strepitosi contro la sfortuna o contro la disoccupazione. E così, dopo aver pagato per il trasporto, si arriva li, si dona un montone perché il marabut possa fare un sacrificio (e riempirsi lo stomaco), e dopo un’attesa infinita, tocca a te.
“Che problemi hai?”
“Non lavoro da mesi”
“Ok, ti preparo un sapone. Vieni a ritirarlo sabato. Questo devi usarlo due giorni per due volte al giorno. Ma se ti interessa, ne ho appena creato uno che va usato per 22 giorni. Costa un po’ di più ma vale la pena.”
E ecco tanta gente indebitarsi per poter pagare il marabut che scrive versetti di corano a tutto spiano su carta “speciale”, e in seguito taglia a pezzetti tutto per affondarlo nell’unguento.
Io ormai sono talmente cinica che continuo a dire “io ho un sapone alla mora e muschio che mi ha permesso di arrivare in Senegal, di prendere una casa in affitto, di trovare un lavoro, un fidanzato e un sacco di amici”. La cosa grave è che a volte mi credono. E mi chiedono di vender loro il mio bagnoschiuma Vidal alla mora e muschio. Credo che potrei far peggio di Vanna Marchi alla gente qui. Ho uno strano potere di convincimento sulle persone. Mi si guarda in faccia e mi si crede. E’ merito del fatto che vengo dalla Sardegna, e in Sardegna si sa, la più parte delle persone sono sincere e scagliano le verità come sassi.
Se fossi un po’ spietata, mi inventerei un potere e sono sicura che da qui a un anno avrei i miei seguaci.
Sono qui da pochi mesi e ho già una serie di persone che credono che io abbia poteri curativi. Ogni volta che qualcuno sta male, in ufficio, in quartiere, viene da me o mi invia qualcuno perché suggerisca cosa prendere o cosa mangiare. Do semplici consigli sulla buona alimentazione e in seguito le persone cominciano a star bene. Qui mangiano grassi e porcherie in grandi quantità. E’ per questo che le donne senegalesi esplodono ai 25 anni e diventano delle gran ciccione. Non fanno sport, non bevono acqua, non camminano tanto, spendono tanti soldi in taxi e poi fanno fatica a salire le scale di casa.
Ho diagnosticato diversi casi di malaria, e ho suggerito la medicina migliore da prendere. Coartem o cofantrine. Il cofantrine ha la stessa efficacia e contenuto del Coartem. E’ pazzesco che la gente preferisca rivolgersi a una sconosciuta, a un marabut, a una Vanna Marchi, piuttosto che a un medico o a un farmacista. La fiducia in chi ricopre un ruolo perché effettivamente ha delle capacità, qui manca. Non si crede ai politici, non si crede ai medici, non si crede agli insegnanti, non si crede alle istituzioni in genere. Si preferisce credere a chi vende speranza in cambio di saponi speciali. Questo è il dramma qui. La gente non crede nelle proprie capacità, perché se piace a Dio, le tue capacità vengono viste, sennò t’attacchi al pioppo.
Ad ogni modo, comincio a mentire. Si. Ho iniziato una fase in cui comincio a mentire anche io. E alla menzogna accompagno la mia abilità nella vendita. In realtà non sono mai stata una gran venditrice, ma quel che mi piace te lo vendo come se fosse la cosa più preziosa del mondo. E così comincio a guadagnare su minchiate. E se dico minchiate, giuro che sono minchiate. Ma qui la gente compra tutto, purché arrivi dall’Europa. Qui la crisi non esiste. E’ vero. La gente spende anche senza avere soldi. Si indebita fino all’osso, ma spende. Tanto un giorno ti renderà tutto, se piace a Dio (incha allah). Troppo facile incha allah!
E così il mercato non è mai fermo. In tutte le vie di Dakar si compra e si vende senza ritegno. Di tutto. Fa quasi paura la venalità che caratterizza la personalità tipica di un abitante del luogo. Devo stare attenta a non farmi trascinare nel tunnel. E’ talmente facile cadere nella voglia di guadagnare su tutto.
Qui ti fanno un favore e poi si aspettano una mancetta. Non esistono gli amici veri che ti fanno un favore, e dopo gli offri da bere e finisce li. Non posso parlare con tutti delle mie osservazioni. Figuriamoci, se parlassi dei marabut in questo modo ai baye fall che sono qui sotto casa mia, non so come andrebbe a finire.
Ad ogni modo, i baye fall non sono persone cattive. Sono talibé diventati adulti e che continuano a non fare un pippo da mattina a sera, tanto se piace a Dio, si arriva comunque fino a domani.
Ero rimasta al 21 ottobre, quando ho avuto la malaria. Bene, è passata, mi sono curata e l’ho sconfitta anche sta volta. Al rientro al lavoro ho partecipato all’ultimo giorno di formazione su un’applicazione che dovremmo utilizzare da Gennaio 2010. Il professore ha dato un esercizio, io l’ho fatto senza aver seguito la settimana di formazione e tutti sono rimasti a bocca aperta. Ho sgomitato. E ho sorpreso tutti. Il giorno dopo sono stata promossa e ho cominciato a lavorare. Erano solamente 10 giorni che ero li, di cui 5 passati a leggere cataloghi e 5 con la malaria, eppure ho stracciato tutti dimostrando che la toubab ha un bel gran cervello, e che cervello!
Qui se sgomiti ottieni rispetto. Lo dimostro anche quando una signorina che io definisco un po’ baldracca, fa delle allusioni sul mio conto e non gliene faccio passare una. Tale signorina cerca sempre di farmi passare per la toubab che non conosce, non capisce e non sa fare un pippo. Bella, non sai con chi hai a che fare. Le rispondo per benino davanti a tutti, e ogni match è una mia vittoria. La sua ignoranza mi aiuta parecchio. Qui le donne con qualche neurone sano, sono rare. Purtroppo devo dirlo. Le relazioni che instaurano con gli uomini sono solamente per avere del denaro in cambio. Non si sposano se il futuro marito non ha abbastanza soldi, e se prima del matrimonio non le ha riempite di regali costosi.
Ci sono donne che accettano la poligamia solo perché il futuro marito è ricco o perché nessun altro se le piglia. Dove sta scritto che è obbligatorio sposarsi? Tutti i soldi che vengono spesi in vestiti, scarpe, accessori e compagnia bella per le feste (qui c’è una festa ogni due per tre), dovrebbero essere investiti nella propria educazione. Quel che manca a tante donne è l’istruzione. E senza istruzione è difficile trovare un lavoro che non sia quello di domestica o lavapiatti o lava vestiti. Ma si preferisce mille volte spendere e spandere su abiti e compagnia bella, per il battesimo di un bambino nato dall’altra parte della città e di cui non si conoscono neanche i genitori, per il semplice fatto che non sta bene non partecipare a un evento a cui si è stati invitati, piuttosto che mettere qualcosa da parte per l’istruzione e il futuro. Il futuro in Africa non esiste. Sono talmente affranta per questo. Il mio punto di vista, lo so, è duro e cozza con la cultura in cui mi sono immersa. Tutti qui vivono benissimo anche senza futuro. Non si lamentano perché forse sanno che sono proprio loro i responsabili del loro futuro.
In realtà si attribuisce sempre la responsabilità di tutto a Dio. Incha allah è talmente di moda che si ritiene che dato che tutto è già stato scritto, si può stare seduti ad aspettare che Dio faccia quel che gli piace.
Io continuo a sgomitare. Non mi siedo. Se mi siedo, finisco che divento baye fall e mi sparo nelle ovaie. Troppo facile prendere il ruolo di chi pretende di sapere tutto sulle vie che conducono a Dio. E passare tutta la vita a parlare solo di questo e convincere i bisognosi di speranza che sia la sola cosa da fare nella vita se si vuole avere una seconda vita nell’aldilà. Scusate tanto, ma che due palline. Io credo fermamente che occorra fare in modo di viversi ben bene questa di vita, perché dell’aldilà non si sa un pippo.
Sénégal: Dakar - 06/01/2010, Appunti dal Senegal via mail
Ricopio una serie di mail inviate da quando sono qui:
14/10/2009
(ai miei colleghi)
ciao staff
sto bene.. ho un lavoro e una tastiera che scrive a modo suo..¨
vi bacio tutti ma proprio tutti... anzi te no...tu non mi sei mai piaciuto ghghg
ah alphonse... sei brutto
Roby
26/10/2009
(a pochi intimi)
veloce...
non ho credito nel cell
sto meglio e sono a lavoro. oggi finisco alle 18
non ho internet a casa
poche possibilità di collegarmi dal lavoro
non so se potrò leggere le vostre risposte piu tardi
odio le tastiere francesi
non so dove sia la punteggiatura
vi penso
vi abbraccio
Robby
30/10/2009
(a amici e colleghi)
Ciao staff :)
come state?
Grazie a tutti quelli di voi che mi hanno scritto. E perdonatemi se non ho risposto, ma ancora non ho una connessione a internet. Può darsi che oggi un vicino mi allunghi un cavo di 40 metri e mi connetta al suo modem. Ma dovremmo passare per i tetti di un paio di case. Non so come andrà e soprattutto se 40 metri saranno sufficienti :)))
Mi ci vedo stasera a bussare alle porte delle case sui tetti delle quali dovrò salire: buonasera, scusate, devo salire sul tetto :)))
Che dirvi? Ho iniziato a lavorare il 12 ottobre per una società italiana che vende gruppi elettrogeni in tutto il mondo e la cui sede africana è proprio qui a Dakar. Lo stipendio non è proprio uno stipendio italiano, ma per quel che devo fare qui, è sufficiente.
Ho una casa in affitto nella quale per ora c'è un materasso, due cassettiere malm a tre cassetti (ikea mi ha aiutata prima della partenza) un mobiletto per il pc, uno per la tv, uno scolapiatti, un pensile da cucina e un piccolo pensile a due ante con specchi nel bagno.
La mattina mi sveglio alle 5.15 per uscire alle 6 e essere alla fermata del bus alle 6.20. Il bus arriva quando vuole, ma nel frattempo ho fatto amicizia con tutti quelli che ogni giorno aspettano insieme a me.
Oggi qui è giornata di moschea. Vuol dire che più o meno tutti i musulmani portano abiti tradizionali. E' molto bello da vedere. Come direbbe Valentina Goglio, sembrano tutti in pigiama :))) ma in realtà è molto più bello di così, e più colorato :)
Anche in ufficio sono tutti in pigiama :)
Presto anche io avrò il mio BUBU' senegalese (Goglio non ridere). Si chiamano così gli abiti tradizionali.
Il 28 novembre ci sarà la festa del Tabaski e tutti si preparano con largo anticipo.
Col pippo che mi sveglierò alle 6.00 per mettermi in cucina con le altre donne per preparare la pappa agli uomini.
Io comincio a adeguarmi allo status di donna sul divano che non fa niente. ahhahahah
Si, ma per ora non ho un divano.
Il mio quartiere è molto vivo e conosco tutti i baye fall che dormono per terra fuori di casa mia. Mi sento protetta. Quando esco al mattino, so che niente può succedermi perché loro vegliano su di me.
Comincio a avere degli amici e questo è bene.
I bambini del quartiere cominciano a urlare "Roberta", anziché TOUBAB, TOUBAB. Questo solo chi è stato qui può capire che cosa significa.
Fra sei minuti inizia la mia giornata lavorativa, sono qui dalle 7.34 (le vostre 9.34) e dato che martedi ho avuto una promozione (eheh sono troppo in gamba!), ho già delle responsabilità a cui far fronte.
Vi chiedo di diffondere questa mail a quelli che mi conoscono, e magari se potete, pubblicatelo sul mio spazio di facebook, in modo che un po' tutti siano informati di quel che sto vivendo. Vi chiedo dunque, quando ricevete mie notizie, di trasferirle alle altre persone che mi conoscono, perché io non debba ripetermi e soprattutto spendere troppo in sms e telefonate :) qui la vita è cara, ve lo giuro.
Vi abbraccio tutti indistintamente e con tanto amore.
Vi penso. Come va senza di me? Chi vi saluta col sorriso nelle vostre giornate? Chi vi chiede "come state"?
Monica, quando puoi scrivimi di Vincy, di tutto, dei romanzi, di quanto ti manco e compagnia bella.
Vale, qui i bantui non esistono, ma ci sono dei biscotti che si chiamano Biskream. Google te li mostrerà.
Marcella, stai calma, sennò vengo li! :)
Nicoletta, per il recapito per i vestitini, chiedi a Monica che chiederà a Daniela il numero di Enzo.
Alphonse, sei brutto.
Daniela, ieri facevo cose quando mi chiamavi e dunque non potevo certo interromperle ;) (Vietato Minori 18)
Ho avuto la malaria settimana scorsa, ma ora sto meglio. Credo che le zanzare anofele mi adorino come tutti gli altri. Non riesco a farmele nemiche. E così ciucciano il mio sangue.
Vi abbracicio di nuovo, vi porto nel cuore
Roberta
27/11/2009
(a pochi altri)
Ciao care,
Come state? Io sto abbastanza bene. Lavoro per una società che vende gruppi
elettrogeni (questo credo di avervelo già detto)... e lavoro di brutto. Dicono
che qui in Africa i ritmi sono più lenti e compagnia bella. Col pippo. Si lavora di brutto. Chi lavora, lavora davvero tantissimo. La cosa stupenda è che quando a sera esco dall'ufficio, sono in Africa. Il traffico non mi pesa. Il solo fatto di essere qui mi fa stare bene. Arrivo a casa stanca morta, faccio una doccia, vado alla boutique vicina, compro del pane (le baguette!!), faccio un giro per il quartiere a salutare gli amici, due chiacchiere e alla fine mi fermo a mangiare da chi capita. Faccio una vita molto semplice. E sono serena.
Già in Italia vivevo con poco e di poco. Mi sono sempre saputa accontentare di poco e questo mi aiuta a adattarmi velocemente alla vita qui a Dakar.
I bambini iniziano a chiamarmi col mio nome, e questo è fantastico.
Normalmente mi chiamavano "toubab", un modo come un altro per indicare i bianchi.
Ho quasi finito di arredare la casa. Ho un divano finalmente dove accasciarmi a sera davanti alle soap opera che vengono trasmesse anche qui! fantastico. Se entri in una casa a Dakar verso le 19.30, tutti sono riuniti davanti alla tv a seguire le vicende della sciura Maria Giulia :))) Sono in genere soap opera spagnole o brasiliane.
Domani qui si celebra la festa del Tabaski. Tutto il mondo si prepara spendendo soldi in cibo e piccoli accessori per la casa da offrire e mostrare agli invitati. Anche io mi son dovuta preparare. Ho fatto fare un abito senegalese per l'occasione. Sarò vestita d'azzurro con scarpette d'oro e pochette d'oro. Molto tamarra, ma molto adatta allo spirito della festa hahah
Una cenerentola a Dakar :))))
L'Italia non mi manca. Non mi manca niente. Neanche il cibo. Mi faccio la pasta quando ne ho voglia e mangio i piatti senegalesi senza avere problemi di stomaco. Ho persino cominciato a bere l'acqua di rubinetto di qui senza avere effetti collaterali. Questo significa che il mio organismo si sta veramente abituando a tutto :)))
Voi che mi dite? Come state? Il Natale si avvicina e mi immagino le strade di Milano tutte addobbate a festa e i negozi con vetrine tutte illuminate che ti invitano a spendere tutto lo stipendio di novembre!!:)))
Se ottengo il permesso di soggiorno, tornerò in Italia per 2 settimane a settembre del 2010. Altrimenti dovrò tornare prima, giusto per avere un timbro che mi possa far rietnrare qui per altri tre mesi.
Salutatemi la D.ssa Codegoni, Nicoletta, Daniela, la Moioli, Gianni Aprile, Ferlito e tutto lo staff dei nuovi tecnici. E' nata la bimba di Letizia?
Salutatemi tanto anche lei.
un abbraccio
Roberta
03/12/2009
(a ex colleghi e amici)
Ciao Staff, e amici in copia nascosta :)
come state?
Io abbastanza bene. Ieri è iniziata la fiera del libro qui a Dakar, e stasera andrò a dare un'occhiata. Dev'essere proprio interessante. Sabato scorso c'è stata la festa del Tabaski e oltre aver mangiato tanto, ho faticato infinitamente. E' un po' come preparare le feste natalizie li in Italia. E vestiti, e cibo, e cucina, e lava i piatti, e capelli, e vai a visitare gente.
Che vita difficile :)
Qui per il Tabaski si spendono un sacco di soldi. Tutte le famiglie comprano almeno un montone (pecora maschio) e non c'è persona che non va a farsi fare un vestito dal sarto. E tessuti e confezionamento costano un sacco di soldi. Non so dove la gente li vada a prendere, fatto sta che per la sera, a Dakar si vedono colori e abiti incredibili.
Anche io ho avuto il mio vestito. Se avete modo di andare su Facebook, date un'occhiata alle nuove foto.
Sabato un amico, un musicista famoso qui, canterà al festival dell'hip hop. Io sarò in prima linea a fare yeah yeah :)))
Oltre che per raccontarvi questo, vi scrivo per dirvi che presto partiranno nuove scatole per me da Milano, Per cui chiunque volesse inviarmi vestitini per bambini o qualsiasi altra cosa, può farlo sempre con un contributo per la spedizione (esempio 5kg = 10 euro). Fatemi sapere che vi do il contatto della persona a cui rivolgervi (entro giovedi 10 dicembre).
Oggi qui piove, ma non troppo. E' l'annuncio dell'inverno. Che per me è il periodo ideale. E' un po' come la nostra primavera. Ma i senegalesi lo temono come folli.
Vi abbraccio uno a uno
Roberta
08/12/2009
Ciao ami,
come stai? E' tanto che non ci sentiamo. Sto lavorando tanto, e non ho tanto tempo da dedicare alle mail. Ma sto bene. Oggi ho un sonno pazzesco. Ho mangiato troppo... e poi i miei colleghi hanno fatto il tea che qui è buonissimo, e ora sono ko... quasi con la bolla al naso.
Ami, venerdi scorso son stata aggredita sotto casa. Erano le 6.10 di mattina quando sono uscita come al solito per andare al lavoro. Prendo la solita viuzza che si illumina al mio passaggio (è vero, non è uno scherzo) e sento sto tizio in fondo alla via che parla. Penso che stia parlando al cellulare...
Invece più mi avvicino più noto che non ha nessun telefono in mano e che mi fissa. Si è buttato contro di me ami, mi ha sollevata da terra, mi ha sbattuta al muro, m'ha rotto la molletta per i capelli. In tutto questo io ho cominciato a gridare come una pazza. Grazie al cielo ne ho avuto la forza. Ero terrorizzata. Se chiudo gli occhi sento ancora l'odore dell'alcool e mi viene da piangere.
Per le urla tutto il quartiere è uscito di casa. Lui mi ha mollata, dunque nessuna violenza. Sono scoppiata in lacrime e tutti mi hanno confortata.
Etò, l'omino della boutique mi ha riaccompagnata a casa. Mi ha aspettata 5 minuti e poi mi ha accompagnata un pezzo di strada finché non abbiamo incontrato una ragazza che si chiama Jeanne. Mi ha lasciata con lei e siamo partite verso la fermata del bus.
Quando lasciavo il quartiere, ho visto che tutti i baye fall erano attorno all'aggressore, non ho saputo come sia andata a finire fino a stamattina.
Jeanne mi ha detto che l'hanno pestato a sangue.
Arrivata al lavoro venerdi non riuscivo a concentrarmi. Non ho telefonato a salif per dirglielo. Mi aspettavo che qualcuno andasse a riferirgli dell'accaduto... ma verso le 15.30 lui ancora non s'era fatto vivo. Così gli ho mandato un messaggio per riassumergli tutto. NESSUNA RISPOSTA AMI. Fino alle 16.30, quando mi scrive che sta andando a cercare il tipo dove abita per fargliela pagare...
A sera ho saputo che lui ha cambiato quartiere (tutti lo conoscevano, anche salif!!). Ad ogni modo, verso le 17.30 ho chiamato Salif per sapere dove fosse..
e li mi ha detto di aver saputo dell'aggressione verso le 13.00... mi sono infuriata ami... ti rendi conto? viene a sapere che la sua donna è stata aggredita e non mi chiama???? mah
Continuo in un altro momento...
Ti penso tanto. Ora il morale è alto, è passata. E da ieri ho una guardia del corpo che mi accompagna fino a quando incontro Jeanne e poi parto con lei. E la guardia del corpo non è Salif. E' un guardiano delle auto vicino a casa mia. Da venerdi tutto il quartiere è ancora più gentile con me. Pensa che venerdi sera tanti sono venuti a bussare alla mia porta per sapere come stessi. Questo è stato splendido. Jeanne dice che secondo lei, se io non fossi sempre gentile con tutti, le mie urla non avrebbero attirato l'attenzione di nessuno. Dice che mi rispettano e mi vogliono bene. E questo mi da forza ami. Per fortuna non mi è successo niente di grave.
Salutami tutti, ti voglio tanto bene
Roby
18/12/2009
(a tutti)
Ciao a tutti,
come state? Non so se ogni volta che vi ho mandato notizie, o ogni volta che ho scritto su facebook, mi avete letta o se avete passato parola o compagnia bella. Ad ogni modo io sto bene.
Il Natale si avvicina e vi penso tutti, chi più chi meno :)
Vi scrivo a proposito di questo. Se avete qualsiasi tipo di cosa di cui volete liberarvi e che è in buono stato, potete spedirmela per Natale.
Esempio:
- vestitini per bambini (qualsiasi età!),
- saponette (non quelle rubate negli alberghi ghgh)
- profumi
- vostre magliette o pantaloni (vestiti in genere) che non utilizzate più
perché siete ingrassati o dimagriti troppo
- scarpe
- telefoni cellulari con caricatore (Vecchi/inutilizzati/ma in buona salute)
E tutto quel che vi viene in mente, scrivetemi e fatemi sapere se avete voglia di mandarmi qualcosa da distribuire qui, mettete in copia Enzo, di cui trovate l'indirizzo, e in qualche modo tutto arriverà.
Anche se arriverà dopo Natale, state certi che sarà tutto gradito.
Notizie di me. Sono serena, anche se lavoro tanto. Sono ormai ben integrata anche se non del tutto. E' difficile inserirsi in realtà dove tutto è capovolto, dove tutti hanno intrapreso una strada da tanto tempo e dove io mi ritrovo a dover cominciare completamente da zero. La lingua resta sempre un bel dramma, ma piano piano supererò questo limite.
A volte dopo il lavoro vado alla spiaggia qui vicina. E' stupendo finire la giornata con un bel tramonto sull'oceano. Si sente meno la fatica e tutto sembra meno difficile.
Ho degli amici che cominciano a essere veri amici. Qui è davvero molto sottile la linea che separa la vera amicizia dai rapporti che si instaurano per interesse.
Resto sempre una bianca in un paese africano. E questo significa che non si capisce mai chi si avvicina a me per pura amicizia o chi lo fa per interesse.
Fortunatamente io resto la splendida personcina che conoscete, per cui la mia intelligenza mi aiuta a discernere e a stare in guardia.
Ho ricevuto diverse manifestazioni di solidarietà dal mio quartiere in alcune occasioni in cui sono stata veramente in difficoltà. Credo di aver conquistato tante persone qui che sono pronte a difendermi nel momento del bisogno.
Passerò il Natale a casa di un'amica cristiana. Non conosco la sua famiglia, ma lei mi ha invitata perché sa che la mia famiglia è lontana. Tutti i musulmani verranno invitati dai loro vicini cristiani a festeggiare il Natale insieme. Qui è così che funziona. Durante le feste musulmane, i cristiani festeggiano a casa dei musulmani, e viceversa.
Non posso stare tanto su internet. A casa non ho ancora una connessione, ma ogni volta che potrò vi manderò notizie.
Mi raccomando, per la prima parte della mia mail, non esistate a fare piazza pulita nei vostri armadi e in quelli dei vostri parenti e dei vostri vicini di casa.
Per entrare in contatto con Enzo, mandatemi una mail a tuppa@libero.it
Grazie e buon Natale a tutti
Roberta "
Oggi è il 06/01/2010 e qui in Senegal si lavora. Eccome se si lavora. Fuori c'è un tempo fantastico. Oggi è esattamente un anno da che ho deciso di venire a vivere a Dakar. Incredibile come passa veloce il tempo. Per ora è tutto.
buona vita
Roby
14/10/2009
(ai miei colleghi)
ciao staff
sto bene.. ho un lavoro e una tastiera che scrive a modo suo..¨
vi bacio tutti ma proprio tutti... anzi te no...tu non mi sei mai piaciuto ghghg
ah alphonse... sei brutto
Roby
26/10/2009
(a pochi intimi)
veloce...
non ho credito nel cell
sto meglio e sono a lavoro. oggi finisco alle 18
non ho internet a casa
poche possibilità di collegarmi dal lavoro
non so se potrò leggere le vostre risposte piu tardi
odio le tastiere francesi
non so dove sia la punteggiatura
vi penso
vi abbraccio
Robby
30/10/2009
(a amici e colleghi)
Ciao staff :)
come state?
Grazie a tutti quelli di voi che mi hanno scritto. E perdonatemi se non ho risposto, ma ancora non ho una connessione a internet. Può darsi che oggi un vicino mi allunghi un cavo di 40 metri e mi connetta al suo modem. Ma dovremmo passare per i tetti di un paio di case. Non so come andrà e soprattutto se 40 metri saranno sufficienti :)))
Mi ci vedo stasera a bussare alle porte delle case sui tetti delle quali dovrò salire: buonasera, scusate, devo salire sul tetto :)))
Che dirvi? Ho iniziato a lavorare il 12 ottobre per una società italiana che vende gruppi elettrogeni in tutto il mondo e la cui sede africana è proprio qui a Dakar. Lo stipendio non è proprio uno stipendio italiano, ma per quel che devo fare qui, è sufficiente.
Ho una casa in affitto nella quale per ora c'è un materasso, due cassettiere malm a tre cassetti (ikea mi ha aiutata prima della partenza) un mobiletto per il pc, uno per la tv, uno scolapiatti, un pensile da cucina e un piccolo pensile a due ante con specchi nel bagno.
La mattina mi sveglio alle 5.15 per uscire alle 6 e essere alla fermata del bus alle 6.20. Il bus arriva quando vuole, ma nel frattempo ho fatto amicizia con tutti quelli che ogni giorno aspettano insieme a me.
Oggi qui è giornata di moschea. Vuol dire che più o meno tutti i musulmani portano abiti tradizionali. E' molto bello da vedere. Come direbbe Valentina Goglio, sembrano tutti in pigiama :))) ma in realtà è molto più bello di così, e più colorato :)
Anche in ufficio sono tutti in pigiama :)
Presto anche io avrò il mio BUBU' senegalese (Goglio non ridere). Si chiamano così gli abiti tradizionali.
Il 28 novembre ci sarà la festa del Tabaski e tutti si preparano con largo anticipo.
Col pippo che mi sveglierò alle 6.00 per mettermi in cucina con le altre donne per preparare la pappa agli uomini.
Io comincio a adeguarmi allo status di donna sul divano che non fa niente. ahhahahah
Si, ma per ora non ho un divano.
Il mio quartiere è molto vivo e conosco tutti i baye fall che dormono per terra fuori di casa mia. Mi sento protetta. Quando esco al mattino, so che niente può succedermi perché loro vegliano su di me.
Comincio a avere degli amici e questo è bene.
I bambini del quartiere cominciano a urlare "Roberta", anziché TOUBAB, TOUBAB. Questo solo chi è stato qui può capire che cosa significa.
Fra sei minuti inizia la mia giornata lavorativa, sono qui dalle 7.34 (le vostre 9.34) e dato che martedi ho avuto una promozione (eheh sono troppo in gamba!), ho già delle responsabilità a cui far fronte.
Vi chiedo di diffondere questa mail a quelli che mi conoscono, e magari se potete, pubblicatelo sul mio spazio di facebook, in modo che un po' tutti siano informati di quel che sto vivendo. Vi chiedo dunque, quando ricevete mie notizie, di trasferirle alle altre persone che mi conoscono, perché io non debba ripetermi e soprattutto spendere troppo in sms e telefonate :) qui la vita è cara, ve lo giuro.
Vi abbraccio tutti indistintamente e con tanto amore.
Vi penso. Come va senza di me? Chi vi saluta col sorriso nelle vostre giornate? Chi vi chiede "come state"?
Monica, quando puoi scrivimi di Vincy, di tutto, dei romanzi, di quanto ti manco e compagnia bella.
Vale, qui i bantui non esistono, ma ci sono dei biscotti che si chiamano Biskream. Google te li mostrerà.
Marcella, stai calma, sennò vengo li! :)
Nicoletta, per il recapito per i vestitini, chiedi a Monica che chiederà a Daniela il numero di Enzo.
Alphonse, sei brutto.
Daniela, ieri facevo cose quando mi chiamavi e dunque non potevo certo interromperle ;) (Vietato Minori 18)
Ho avuto la malaria settimana scorsa, ma ora sto meglio. Credo che le zanzare anofele mi adorino come tutti gli altri. Non riesco a farmele nemiche. E così ciucciano il mio sangue.
Vi abbracicio di nuovo, vi porto nel cuore
Roberta
27/11/2009
(a pochi altri)
Ciao care,
Come state? Io sto abbastanza bene. Lavoro per una società che vende gruppi
elettrogeni (questo credo di avervelo già detto)... e lavoro di brutto. Dicono
che qui in Africa i ritmi sono più lenti e compagnia bella. Col pippo. Si lavora di brutto. Chi lavora, lavora davvero tantissimo. La cosa stupenda è che quando a sera esco dall'ufficio, sono in Africa. Il traffico non mi pesa. Il solo fatto di essere qui mi fa stare bene. Arrivo a casa stanca morta, faccio una doccia, vado alla boutique vicina, compro del pane (le baguette!!), faccio un giro per il quartiere a salutare gli amici, due chiacchiere e alla fine mi fermo a mangiare da chi capita. Faccio una vita molto semplice. E sono serena.
Già in Italia vivevo con poco e di poco. Mi sono sempre saputa accontentare di poco e questo mi aiuta a adattarmi velocemente alla vita qui a Dakar.
I bambini iniziano a chiamarmi col mio nome, e questo è fantastico.
Normalmente mi chiamavano "toubab", un modo come un altro per indicare i bianchi.
Ho quasi finito di arredare la casa. Ho un divano finalmente dove accasciarmi a sera davanti alle soap opera che vengono trasmesse anche qui! fantastico. Se entri in una casa a Dakar verso le 19.30, tutti sono riuniti davanti alla tv a seguire le vicende della sciura Maria Giulia :))) Sono in genere soap opera spagnole o brasiliane.
Domani qui si celebra la festa del Tabaski. Tutto il mondo si prepara spendendo soldi in cibo e piccoli accessori per la casa da offrire e mostrare agli invitati. Anche io mi son dovuta preparare. Ho fatto fare un abito senegalese per l'occasione. Sarò vestita d'azzurro con scarpette d'oro e pochette d'oro. Molto tamarra, ma molto adatta allo spirito della festa hahah
Una cenerentola a Dakar :))))
L'Italia non mi manca. Non mi manca niente. Neanche il cibo. Mi faccio la pasta quando ne ho voglia e mangio i piatti senegalesi senza avere problemi di stomaco. Ho persino cominciato a bere l'acqua di rubinetto di qui senza avere effetti collaterali. Questo significa che il mio organismo si sta veramente abituando a tutto :)))
Voi che mi dite? Come state? Il Natale si avvicina e mi immagino le strade di Milano tutte addobbate a festa e i negozi con vetrine tutte illuminate che ti invitano a spendere tutto lo stipendio di novembre!!:)))
Se ottengo il permesso di soggiorno, tornerò in Italia per 2 settimane a settembre del 2010. Altrimenti dovrò tornare prima, giusto per avere un timbro che mi possa far rietnrare qui per altri tre mesi.
Salutatemi la D.ssa Codegoni, Nicoletta, Daniela, la Moioli, Gianni Aprile, Ferlito e tutto lo staff dei nuovi tecnici. E' nata la bimba di Letizia?
Salutatemi tanto anche lei.
un abbraccio
Roberta
03/12/2009
(a ex colleghi e amici)
Ciao Staff, e amici in copia nascosta :)
come state?
Io abbastanza bene. Ieri è iniziata la fiera del libro qui a Dakar, e stasera andrò a dare un'occhiata. Dev'essere proprio interessante. Sabato scorso c'è stata la festa del Tabaski e oltre aver mangiato tanto, ho faticato infinitamente. E' un po' come preparare le feste natalizie li in Italia. E vestiti, e cibo, e cucina, e lava i piatti, e capelli, e vai a visitare gente.
Che vita difficile :)
Qui per il Tabaski si spendono un sacco di soldi. Tutte le famiglie comprano almeno un montone (pecora maschio) e non c'è persona che non va a farsi fare un vestito dal sarto. E tessuti e confezionamento costano un sacco di soldi. Non so dove la gente li vada a prendere, fatto sta che per la sera, a Dakar si vedono colori e abiti incredibili.
Anche io ho avuto il mio vestito. Se avete modo di andare su Facebook, date un'occhiata alle nuove foto.
Sabato un amico, un musicista famoso qui, canterà al festival dell'hip hop. Io sarò in prima linea a fare yeah yeah :)))
Oltre che per raccontarvi questo, vi scrivo per dirvi che presto partiranno nuove scatole per me da Milano, Per cui chiunque volesse inviarmi vestitini per bambini o qualsiasi altra cosa, può farlo sempre con un contributo per la spedizione (esempio 5kg = 10 euro). Fatemi sapere che vi do il contatto della persona a cui rivolgervi (entro giovedi 10 dicembre).
Oggi qui piove, ma non troppo. E' l'annuncio dell'inverno. Che per me è il periodo ideale. E' un po' come la nostra primavera. Ma i senegalesi lo temono come folli.
Vi abbraccio uno a uno
Roberta
08/12/2009
Ciao ami,
come stai? E' tanto che non ci sentiamo. Sto lavorando tanto, e non ho tanto tempo da dedicare alle mail. Ma sto bene. Oggi ho un sonno pazzesco. Ho mangiato troppo... e poi i miei colleghi hanno fatto il tea che qui è buonissimo, e ora sono ko... quasi con la bolla al naso.
Ami, venerdi scorso son stata aggredita sotto casa. Erano le 6.10 di mattina quando sono uscita come al solito per andare al lavoro. Prendo la solita viuzza che si illumina al mio passaggio (è vero, non è uno scherzo) e sento sto tizio in fondo alla via che parla. Penso che stia parlando al cellulare...
Invece più mi avvicino più noto che non ha nessun telefono in mano e che mi fissa. Si è buttato contro di me ami, mi ha sollevata da terra, mi ha sbattuta al muro, m'ha rotto la molletta per i capelli. In tutto questo io ho cominciato a gridare come una pazza. Grazie al cielo ne ho avuto la forza. Ero terrorizzata. Se chiudo gli occhi sento ancora l'odore dell'alcool e mi viene da piangere.
Per le urla tutto il quartiere è uscito di casa. Lui mi ha mollata, dunque nessuna violenza. Sono scoppiata in lacrime e tutti mi hanno confortata.
Etò, l'omino della boutique mi ha riaccompagnata a casa. Mi ha aspettata 5 minuti e poi mi ha accompagnata un pezzo di strada finché non abbiamo incontrato una ragazza che si chiama Jeanne. Mi ha lasciata con lei e siamo partite verso la fermata del bus.
Quando lasciavo il quartiere, ho visto che tutti i baye fall erano attorno all'aggressore, non ho saputo come sia andata a finire fino a stamattina.
Jeanne mi ha detto che l'hanno pestato a sangue.
Arrivata al lavoro venerdi non riuscivo a concentrarmi. Non ho telefonato a salif per dirglielo. Mi aspettavo che qualcuno andasse a riferirgli dell'accaduto... ma verso le 15.30 lui ancora non s'era fatto vivo. Così gli ho mandato un messaggio per riassumergli tutto. NESSUNA RISPOSTA AMI. Fino alle 16.30, quando mi scrive che sta andando a cercare il tipo dove abita per fargliela pagare...
A sera ho saputo che lui ha cambiato quartiere (tutti lo conoscevano, anche salif!!). Ad ogni modo, verso le 17.30 ho chiamato Salif per sapere dove fosse..
e li mi ha detto di aver saputo dell'aggressione verso le 13.00... mi sono infuriata ami... ti rendi conto? viene a sapere che la sua donna è stata aggredita e non mi chiama???? mah
Continuo in un altro momento...
Ti penso tanto. Ora il morale è alto, è passata. E da ieri ho una guardia del corpo che mi accompagna fino a quando incontro Jeanne e poi parto con lei. E la guardia del corpo non è Salif. E' un guardiano delle auto vicino a casa mia. Da venerdi tutto il quartiere è ancora più gentile con me. Pensa che venerdi sera tanti sono venuti a bussare alla mia porta per sapere come stessi. Questo è stato splendido. Jeanne dice che secondo lei, se io non fossi sempre gentile con tutti, le mie urla non avrebbero attirato l'attenzione di nessuno. Dice che mi rispettano e mi vogliono bene. E questo mi da forza ami. Per fortuna non mi è successo niente di grave.
Salutami tutti, ti voglio tanto bene
Roby
18/12/2009
(a tutti)
Ciao a tutti,
come state? Non so se ogni volta che vi ho mandato notizie, o ogni volta che ho scritto su facebook, mi avete letta o se avete passato parola o compagnia bella. Ad ogni modo io sto bene.
Il Natale si avvicina e vi penso tutti, chi più chi meno :)
Vi scrivo a proposito di questo. Se avete qualsiasi tipo di cosa di cui volete liberarvi e che è in buono stato, potete spedirmela per Natale.
Esempio:
- vestitini per bambini (qualsiasi età!),
- saponette (non quelle rubate negli alberghi ghgh)
- profumi
- vostre magliette o pantaloni (vestiti in genere) che non utilizzate più
perché siete ingrassati o dimagriti troppo
- scarpe
- telefoni cellulari con caricatore (Vecchi/inutilizzati/ma in buona salute)
E tutto quel che vi viene in mente, scrivetemi e fatemi sapere se avete voglia di mandarmi qualcosa da distribuire qui, mettete in copia Enzo, di cui trovate l'indirizzo, e in qualche modo tutto arriverà.
Anche se arriverà dopo Natale, state certi che sarà tutto gradito.
Notizie di me. Sono serena, anche se lavoro tanto. Sono ormai ben integrata anche se non del tutto. E' difficile inserirsi in realtà dove tutto è capovolto, dove tutti hanno intrapreso una strada da tanto tempo e dove io mi ritrovo a dover cominciare completamente da zero. La lingua resta sempre un bel dramma, ma piano piano supererò questo limite.
A volte dopo il lavoro vado alla spiaggia qui vicina. E' stupendo finire la giornata con un bel tramonto sull'oceano. Si sente meno la fatica e tutto sembra meno difficile.
Ho degli amici che cominciano a essere veri amici. Qui è davvero molto sottile la linea che separa la vera amicizia dai rapporti che si instaurano per interesse.
Resto sempre una bianca in un paese africano. E questo significa che non si capisce mai chi si avvicina a me per pura amicizia o chi lo fa per interesse.
Fortunatamente io resto la splendida personcina che conoscete, per cui la mia intelligenza mi aiuta a discernere e a stare in guardia.
Ho ricevuto diverse manifestazioni di solidarietà dal mio quartiere in alcune occasioni in cui sono stata veramente in difficoltà. Credo di aver conquistato tante persone qui che sono pronte a difendermi nel momento del bisogno.
Passerò il Natale a casa di un'amica cristiana. Non conosco la sua famiglia, ma lei mi ha invitata perché sa che la mia famiglia è lontana. Tutti i musulmani verranno invitati dai loro vicini cristiani a festeggiare il Natale insieme. Qui è così che funziona. Durante le feste musulmane, i cristiani festeggiano a casa dei musulmani, e viceversa.
Non posso stare tanto su internet. A casa non ho ancora una connessione, ma ogni volta che potrò vi manderò notizie.
Mi raccomando, per la prima parte della mia mail, non esistate a fare piazza pulita nei vostri armadi e in quelli dei vostri parenti e dei vostri vicini di casa.
Per entrare in contatto con Enzo, mandatemi una mail a tuppa@libero.it
Grazie e buon Natale a tutti
Roberta "
Oggi è il 06/01/2010 e qui in Senegal si lavora. Eccome se si lavora. Fuori c'è un tempo fantastico. Oggi è esattamente un anno da che ho deciso di venire a vivere a Dakar. Incredibile come passa veloce il tempo. Per ora è tutto.
buona vita
Roby
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