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Sénégal: Dakar - 28/04/2010 - Babacar, un teppista in giacca e cravatta

SCRITTO IL 28/04/2010
Non ho saputo nulla dell’esistenza di Babacar finché un giorno al telefono Salif mi ha detto che c’erano in casa Boss, sua moglie e Babacar. E dopo qualche istante mi son ritrovata a parlare con lui al telefono. Si, parlare. Io parlavo, ma lui il francese mica lo capiva.

Le uniche parole che gli ho sentito pronunciare sono state “Tata Roberta, na nga def?”.
Tata Roberta. Mi considera già una zia. E finalmente a agosto 2009 ho incontrato Babacar. E’ uno tra gli esseri umani più intelligenti che io abbia mai incontrato. Ascolta tutto quel che gli viene detto, ripete le cose che gli sembrano più interessanti e degne di essere ripetute agli altri, fa dei commenti quando guardiamo il telegiornale, fa domande sul mondo. E le fa in wolof. E dannazione, io non posso rispondere.

A agosto è successo che il bagno della casa di Salif si è intasato. Per almeno due settimane siamo stati tutti costretti a andare a fare i nostri bisogno da Ivonne, la vicina di casa. Uscivo col mio bel rotolo di cartaigienica, salutavo i boy del quartiere uno per uno con una stretta di mano e “toc toc, Ivonne, devo andare in bagno”. In realtà dicevo “je dois saluer la grande-mère” (devo salutare la nonna). Qui non puoi dire “dovrei cagare” o cose del genere. Forse non si può dire neanche in Italia.

Ma Babacar, lui lo dice. Lui dice “devo andare a cagare”. Lo dice in wolof e io ora lo capisco. Insomma, lui si fa capire benissimo. Un giorno tutti ridevano per qualcosa che Babs aveva detto. Ovviamente avendola detta in wolof, come tutte le altre volte, io non potevo ridere. Ma dato che stavolta sembrava davvero più divertente del solito, ho chiesto cosa stesse succedendo. Ebbene si, Babacar aveva detto “oggi devo cagare e ci vado da solo. Non ho bisogno che mi aiutiate”.

Anche Waré non usa mezzi termini. Se deve pisciare, dice che deve pisciare, se deve fare qualcos’altro dice che deve fare qualcos’altro. Io adoro le persone che arrivano direttamente al dunque. Il Senegal mi ha offerto miliardi di esempi di persone che per dirti una cosa, passano per Patte d’Oie, fanno un giro per Grand Yoff, arrivano a rond-point di Liberté 6, percorrono Front de terre fino a Castor. E arrivano agli HLM per dire qualcosa che si poteva dire con parole meno equivoche e che darebbero adito a meno fraintendimenti.

Qui se chiedi come stai, ti dicono sempre che va tutto bene. Se chiedi cos’hai fatto oggi, le risposte sono vaghe: “ho fatto cose, ho visto gente, ho mangiato qualcosa, sono andato da qualche parte per fare qualcosa che qualcuno mi ha spedito a fare”. Perché c’è questa reticenza a raccontarsi? Boh! Fatto sta che qui di tutti si sa tutto e niente. Ma soprattutto niente. Per fortuna Babacar, lui ti racconta che a scuola si è battuto con qualcuno, che ha imparato a cantare La Illah Ilah allah, che l’acqua della sua borraccia è finita prima della fine della giornata e che è troppo stanco per mangiare con noi, però se c’è della carne...

Quando finalmente i lavori per il bagno sono iniziati, Babacar si è dato un gran da fare. Dopo che il tubo con la “grande-mère” di tutti i vicini è stato estratto dal terreno, Babacar ha preso una paletta e una scopa dicendo “ora ho un lavoro da fare, non disturbatemi”. E ha accennato a spazzare e raccogliere. Ma forse per lui era solo un gioco. In casa c’era un gran odore di “grande-mère”, e anche lui, con tutta la sua buona volontà, è stato costretto a uscire per respirare, abbandonando così il buon proposito di aiutare a pulire. E alla fine ha comunque detto “oggi ho lavorato troppo, sono stanco”.

Babacar non era mai stato al mare. E un giorno d’agosto ho detto a Adja: “dai, sabato andiamo a Voile d’Or”. Babacar non capendo il francese, ha chiesto cosa stessimo dicendo. E’ fantastica la sua curiosità. Insomma, qui normalmente mi si dice che se io non capisco non devo passare tutto il tempo a chiedere o finisco di spaccare i pallini a tutti. Io sinceramente continuo a chiedere. E Babacar pure. E è per questo che io e lui siamo così intelligenti. Si, non sono modesta. Dico le cose come stanno. Io sono intelligente. Sono anche molto ignorante. E è grazie alla mia intelligenza che posso ammetterlo senza vergogna.

Insomma, fatto sta che un bel sabato d’agosto portiamo Babacar al mare. Siamo io, Salif, Adja e Babacar. Io e Salif li abbiamo recuperati vicino a Colobane e da li siamo partiti per la spiaggia. Babacar prende confidenza con la sabbia e comincia a mangiarla. Capisce subito che non è che sia proprio buona da mangiare, però per qualche strana ragione, per tutta la giornata continua a averne dentro la bocca. Dopo l’entusiasmo mostrato per la sabbia, è arrivato il terrore per il mare. Non aveva mai visto nulla di simile. Quando ha visto che entravo in acqua per nuotare, ha iniziato a gridare “Roberta va a fare la doccia, ma io non ci andrò mai! La vasca è troppo grande”.

Salif l’ha preso e l’ha costretto a entrare in acqua. Babacar ha gridato come un pazzo. Pur di poter uscire diceva “SONO MALATO, HO IL RAFFREDDORE, HO L’ASMA, HO DELLE MALATTIE, voglio andare a casa”. Insomma, l’incontro tra Babacar e il mare non è stato proprio gradito. Salif è stato fantastico con lui. Lo rassicurava, lo teneva tra le sue braccia come se fosse suo figlio. Non dimenticherò mai quanto l’ho amato quel giorno. “Sarà un padre perfetto”, pensavo.

Salif quando è con i bambini è un educatore. Non perde occasione per fargli sapere quello che è bene e quello che è male, come si devono fare delle cose e come non si devono fare delle altre. E’ un esempio per molti bambini del quartiere.

Babacar nonostante tutti i tentativi da parte nostra di fargli piacere quest’immensa distesa d’acqua, continua a gridare ogni volta che lo portiamo troppo vicino alla riva. Non c’è verso. Non gli piace e basta. Quando vede che vado sott’acqua urla e dice che sono morta. Insomma, questo mare è un assassino.

Nonostante il terrore del mare, Babacar si diverte un sacco. Fa tutto quello che fanno i grandi, fuorid all’acqua. C’era un gruppo di ragazzi che faceva flessioni. Le ha volute fare anche lui. C’erano i lottatori. Ha passato una buona ora a cercare un compagno da combattere. Quel giorno c’erano bambini troppo grossi a Voile d’Or.

Un giorno mentre ce lo spupazzavamo, io e Salif abbiamo notato una strana protuberanza nello stomaco di Babs. Chiediamo a Adja se ha mai visto questa cosa. Lei dice che ce l’ha da quando è nato e che sua madre (di Adja) dice che è tutto normale. Ora, con tutta la stima che si può avere per una donna anziana, come fa a dire che è normale un bozzo enorme che sporge dal ventre di un bambino?

Dico a Salif che deve informare Boss. Lui dice che lo farà. Passano i giorni e finalmente mi decido a chiedere a Salif se ha detto a Boss dello stomaco di Babs. Mi dice che non ha avuto il tempo. Certo, con tutte le cose che aveva da fare, non ha avuto il tempo. Qui tutti se ne fottono della salute di tutti, anche se si tratta di un bambino.

Al che una sera, prendendola un po’ alla larga (da Patte d’Oie per Grand Yoff e compagnia bella) chiedo a Boss se ha mai notato lo stomaco di Babacar. Salif facendo come uno che si era dimenticato, ma che non doveva mostrare di essersi dimenticato, dice che si, era un po’ di giorni che rifletteva su sta cosa. Insomma, facciamo vedere a Boss questo “problema”, che io dico che è un problema, ma qui i problemi sono tutti relativi.

Tanto relativi che questo problema non è stato ancora affrontato. Insomma, Boss dice a Adja di portare il piccolo a fare un controllo, lei ce lo porta dopo mesi. Le dicono che Babs deve essere operato ma prima bisogna fare una radiografia. Si decide di attendere luglio, perché non ci sarà la scuola. Ma insomma, una radiografia gli farebbe perdere solo una giornata di asilo... insomma, che sarà mai. Niente, inutile da parte mia insistere. Dobbiamo aspettare luglio.
E così se Babs ha un problema grave, lo sapremo a luglio, e se sarà troppo tardi, ça ira incha allah.
Su questa cosa mi sono arrabbiata molto sia con Boss, sia con Adja, sia con Salif. Devo solo imparare a farmi i fatti miei e diventare un po’ senegalese, fottendomene della salute di tutti.

In questi giorni io sono malata, e mi è stato detto anche che è grave, dal farmacista. Ieri avevo la febbre alta, e ero sola. Sola. Sola perché le malattie tengono lontane le persone. E’ meglio non vedere qualcuno che soffre. Per cui torneranno tutti quando starò meglio. L’unico che si preoccupa per me, è il mio vicino Babu. Insomma, Babu mi ha suonato alla porta pure stamattina alle 7 per sapere come sto.
Non dico di fare la processione e venirmi a trovare, ma almeno un sms per sapere se sono viva, mi farebbe piacere.

Quando io e Salif siamo stati in Gambia non abbiamo fatto molto. Però nel poco che abbiamo fatto, un giro al mercato non ce l’ha tolto nessuno. E così la mattina alle 9.00 abbiamo fatto un tour alla ricerca di tutto e di niente. A Banjul non sembra di essere tanto lontani da Dakar. Ti rendi conto di essere a Banjul solo perché ogni tanto qualcuno parla inglese. Per il resto, al mercato devi fare le stesse lotte che fai al mercato di Sandaga e alla fine la spunti sul prezzo, perché ci sei abituata.

Bando alle ciance, mentre passeggiamo tra le bancarelle vediamo dei completi bellissimi per marmocchi. E uno in particolare ci colpisce e ci fa esclamare contemporaneamente “BABACAR!”
E ridiamo.

Dico, dai, chiediamo il prezzo, se costa troppo non lo prendiamo. Iniziamo dunque una trattativa e riusciamo a spuntarla alla modica somma di 4000 franchi CFA. Il completo comprende, giacca, pantaloni, cravatta, camicia e gilet. Ci guardiamo soddisfatti e non vediamo l’ora che arrivi il momento di dare il regalo a Babs. Sarà un ometto splendido. Si, a capodanno farà un figurone.

E così di rientro a Dakar, una sera tiriamo fuori questo vestito per piccoli manager. Adja comincia a ridere, tutti ridiamo e Babs si illumina e sorride e ride perché capisce che sarà il bambino più elegante degli HLM.
Ma dopo pochi minuti lo vediamo riflettere serio. Rompe il silenzio esclamando: “DOVE SONO LE SCARPE?”

Giusto. Dove sono le scarpe? Babacar sa che per vestirsi bene non basta il vestito ma servono anche delle belle scarpe.

La prova vestito viene superata 10 e lode. Salif prende delle foto di questo piccolo signore pieno di stile. E ecco che Babs, con il suo abito da festa comincia a correre e buttarsi sotto le panche.
Capiamo che il vestito è proprio comodo. Può giocare come se avesse i pantaloncini e la canotta.

Un teppista in giacca e cravatta correva per tutta casa a mostrare quanto fosse bello rispetto agli altri marmocchi fuori per strada.

A capodanno Babs arriva a casa di Salif vestito così. In giornata era stato a un matrimonio e ha detto a tutti “E’ tata Roberta che mi ha regalato questo”. Un matrimonio di gente sconosciuta ha sentito il mio nome ripetersi per tutta la giornata. Grazie a Babacar si può diventare famosi.

Il 30 gennaio 2010 la casa di Salif viene stravolta da una notizia terribile. E’ pomeriggio e Daba riceve una telefonata da suo fratello che sta al villaggio. Il piccolo Salif, di nove anni, figlio di Daba, è morto. Lo scopriamo perché Daba inizia a urlare per tutta casa e a correre come una disperata in cerca di una meta che possa darle sollievo. Urla, piange, invoca il nome di suo figlio “bébé Salif”, si butta per terra. Riusciamo a fermarla in camera. Salif le chiede “cosa è successo?”. “bébé Salif è morto”.

Zitti.

Non diciamo niente. Adja, Maguette io e Salif riceviamo per osmosi il dolore di Daba e io potrei anche strizzare il mio cuore per farne uscire solo lacrime. Tutto il quartiere ha sentito le urla venire dalla casa e piano piano i preoccupati si sono presentati alla porta della stanza di Daba. Sarr è tra i primi. Tutti nel ricevere la notizia vengono colpiti da una tristezza profonda. Ma Sarr è quello che ho visto più toccato. Sono andata con lui in camera di Salif perché ho visto che non stava affatto bene. E neanche io a dire la verità. Ci siamo abbracciati e siamo scoppiati in lacrime tutt’e due. Forse non ne abbiamo il diritto, forse dobbiamo solo cercare di tenere duro per Daba e fare del nostro meglio da allora in avanti per darle un po’ di conforto. Niente, le lacrime uscivano e anche i “perché?”…

In tutta questa tristezza generale che ha colpito tutti, Babacar è l’unico che sembra poter mantenere il controllo e cercare davvero di fare qualcosa per Daba. Non vuole che quel dolore resti a lungo tra le mura di casa, e così decide di piazzarsi in camera di Daba, insieme a Adja, Maguette e me, a fare il suo solito: parlare da solo, ridere, giocare con ciabatte, valigie e tutto quel che si poteva spostare.

Daba gli urla: “Babacar bay lin gay deff”. Che vuol dire “SMETTILA”.
Probabilmente in quel momento Babs gli faceva pensare più che mai al suo bimbo che non aveva potuto salutare, e abbracciare per l’ultima volta.

Faccio cenno a Babacar di seguirmi giù, nel soggiorno. Lui mi urla “NO”. Non vuole essere escluso da quel che stava succedendo. Lui si ritiene grande abbastanza per queste cose.
Daba e Adja iniziano a preparare le valigie per partire al villaggio. Io sarei dovuta andare con loro, ma ho deciso di stare con Maguette per non lasciarla dormire da sola la notte. D’altronde, ha solo 16 anni.

Ripeto a Babacar di venire con me, che saremmo andati a prendere qualcosa di buono alla boutique. Lui se ne batte il pippo. Questa volta non l’avrei incastrato così facilmente. Sapeva che di li a poco sua madre sarebbe partita e lui voleva partire con lei. Per cui venire con me significava rischiare di non ritrovarla in casa al rientro dalla boutique.

Adja, Daba e Salif lasciano la casa tra il dolore di tutti e le urla disperate di Babacar che non voleva dormire da solo con suo padre quella notte.

Babacar ama profondamente sua mamma. Ama tantissimo anche suo padre. E si vede. E li rispetta. E si vede. Io vorrei un figlio come Babacar. E’ sveglio, è intelligente, è sensibile, è vivace, è conosciuto e amato da tutti, è dolce, è bello, è generoso. Si è generoso. Quando ha un pezzo di pane con cioccolata, se Salif glielo chiede, lui non lo divide a metà per “partager”. Glielo da tutto.

Babs sta attento a tutto quel che viene detto. Un giorno va da Ivonne e le dice :” ha detto mia mamma che se non le dai i suoi soldi, chiama la polizia”. Probabilmente ha sentito Adja parlare con Daba del fatto che Ivonne le dovesse dei soldi indietro, e non ci ha pensato due volte per andare a difendere i diritti della sua mamma.

28 aprile 2010, Babacar ha compiuto 4 anni e io non ho potuto festeggiarlo a causa della mia gamba. Adja è venuta qui a portarmi del Firiir (pollo, patatine fritte, salsa, insalata) in modo che non mi sentissi esclusa dai festeggiamenti. Salif mi ha detto che ha gradito il mio regalo e che ha passato tutta la serata a ricordare a tutti che quella giornata era per lui.
Salif gli ha detto: “Babacar, fino a mezzanotte puoi fare tutto quello che vuoi, ma dopo mezzanotte il tuo compleanno è finito”.

Babacar ha capito tutto. Ci ha pensato un po’. Ha preso la bicicletta dal cortile e ha iniziato a pedalare per il soggiorno. Ne aveva diritto fino a mezzanotte.

Sénégal: Dakar, 27/02/2010 - Perché noi non crediamo più a niente?

Mi sono svegliata presto stamattina. L’intenzione è quella di andare al mare e godermi un po’ di sole. E’ tanto tempo che non lo faccio e ho proprio bisogno di riconciliarmi con il mondo. Presto saranno 5 mesi di vita a Dakar. E posso dire che non ne sento il peso. Di solito le cose pesano quando non hai forza sufficiente per sostenerle, e allora ti sforzi. E’ positivo. Io non mi sforzo di vivere qui. Ci vivo e basta.
Ammetto di aver sofferto molto in questi 5 mesi, ma è normale. L’adattamento a nuovi luoghi, a nuove persone, a nuovi stili di vita, a una nuova cultura, a usanze completamente differenti dalle mie, a modi di pensare che hanno dello straordinario, non è qualcosa di immediato e indolore.

A volte invidio profondamente la fede che sembra di default in tutta la popolazione senegalese. Non faccio distinzione tra cristiani e musulmani. Ognuno segue e pratica la propria religione con una fede straordinaria. Tutti vivono nella certezza che Dio li protegge e veglierà su di loro. E’ così rassicurante che vorrei credere anche io con la stessa forza.

Ieri notte si è festeggiata la nascita del profeta Maometto. La festa si chiama Gamou. Tutti i musulmani sono partiti da qualche parte per celebrare l’evento con le persone care. Trovo questa festa più importante del Tabaski. La nascita del profeta segna l’inizio di tutto quello che vedo oggi. Mi sono sentita di celebrare anche io. Era talmente forte l’odore di fede che si respirava ieri. Era come se Dakar bruciasse d’incenso. Un enorme calderone di churai da un profumo straordinario.

Ieri tutti i pensieri negativi sono stati cancellati da un intenso bisogno di sentirsi parte di qualcosa e di condividere la gioia della nascita di Maometto con chiunque. A volte il modo in cui viene praticata la fede qui, mi da sui nervi, ma solo perché alcuni abusano di quel poco che conoscono per strumentalizzarlo a favore di alcune scelte in cui mancano di rispetto a sé stessi e al prossimo. Altre volte, come ieri, mi sono commossa. Mi commuove la dolcezza e la tenerezza con cui alcuni miei amici parlano di ciò in cui credono. Ci credono veramente e ripongono tutte le loro speranze nell’aiuto di Dio. Mi commuovono i racconti di “miracoli” avvenuti in seguito a sacrifici offerti ai propri Marabout. Mi trovo a invidiare il fatto che tutti credono in qualcosa e io vengo da una parte del mondo in cui oramai non si crede più a niente.

Se le cose non vanno bene, qui è sufficiente pregare per sentirsi protetti comunque da qualcosa o qualcuno. Io sono diventata così cinica che diffido nel fatto che pregando io possa ottenere qualcosa. Nella mia testa c’è la certezza che è solo con i propri gesti, le proprie azioni, le proprie scelte, si arrivi a ottenere o non ottenere qualcosa. Se vado a fare un colloquio di lavoro, prima di farlo, non prego Dio che interceda per me, ma spero che le mie competenze, acquisite fino a quel momento, siano sufficienti per garantirmi quel posto di lavoro. Se voglio mangiare tutti i giorni, cerco di non sperperare i miei soldi in cose inutili. Se voglio uscire la sera, lo faccio solo se ho i soldi per pagarmi il taxi. Il mio pragmatismo non mi abbandonerà mai credo.

E invece qui la gente si affida a Dio e è sicura che distribuendo piccoli doni ai Talibé, questi intercederanno per loro con il Supremo perché il colloquio di lavoro vada bene, perché ci sia un pasto tutti i giorni, perché qualcuno paghi un taxi per loro, perché il prossimo sia sempre generoso nei loro confronti. Tanti si affidano a quel che il resto del mondo può fare per loro, e non a quello che loro possono fare per avere un posto nel mondo. E così, tutti sono sicuri che ça ira, incha allah. Tutto andrà bene, se piace a Dio.

E generalmente non dovrebbe esserci nessuna ragione per cui a Dio dispiaccia. Per cui la fede è veramente sentita in una maniera fuori dal comune.

Vorrei anche io credere che ça ira. E’ qualcosa di cui ho già scritto. Io credo a “ça ira” solo se ho gli strumenti che mi permettono di crederci. Non mi basta la preghiera. Eppure l’effetto di essersi rivolti a Dio per ottenere qualcosa, rende tutti così ottimisti che non posso non invidiarli. Io sono cinica in un mondo pieno di ottimisti. Ottimisti che a volte hanno l’aspetto rassegnato dal vedere non realizzati i sogni per i quali si è pregato tanto. Ma la rassegnazione svanisce presto con un ça ira. E’ una formula magica che da la forza di non arrendersi o di non mostrare che si ha paura che non andrà bene per niente.

Mi trovo a metà tra il desiderare di possedere quest’ottimismo naturale, e l’essere consapevole che andrà bene solo se impiegherò tutte le mie energie affinché ciò avvenga.

E’ mio padre che mi ha insegnato a farmi un culo così per ottenere ciò che desidero. E mi ha insegnato anche che se non mi impegno, non ottengo niente. Se non faccio sacrifici, è difficile che ottenga dei risultati.
Da quando sono qui, posso dire che c’è una differenza tra quelli con cui lavoro e gli abitanti del mio quartiere. I miei colleghi credono profondamente nel lavoro che fanno, si impegnano al massimo, stanno in azienda anche oltre l’orario lavorativo e non tornano a casa prima di aver finito la maggior parte delle cose da fare. E’ segno questo di diligenza, di senso di responsabilità, di consapevolezza che è il lavoro a permettergli di vivere e di andare avanti, e che se non si impegnassero così, qualcuno potrebbe decidere di lasciarli a casa.

Tanti abitanti del mio quartiere non lavorano. Stanno a casa aspettando che il lavoro bussi alla loro porta. E’ vero che qui a Dakar è difficile trovare lavoro, ma resto dell’idea che comunque bisogna cercarlo. Se non lavori, ogni giorno dovresti buttarti giù dal letto e andare in cerca. E’ qui che entra la mia idea del fatto che in fondo sono tutti rassegnati che ça non ira per niente. L’altra idea che cerca di battersi con la rassegnazione, è che credo che in fondo siano tutti pigri. Quelli che non fanno nulla aspettando la mano di Dio, per me sono in fondo solo molto pigri. Non sfigati. Non rassegnati. Non abbandonati da Dio, ma pigri.

Il fatto che le giornate di molti trascorrano nel far niente totale, nel dormire fino alle 11 o mezzogiorno, uscire per salutare gli altri che non fan niente, mangiare, bere ataya (thé senegalese) fino all’ora di cena, cenare, bere ataya con gli amici fino a notte fonda, fumando sigarette, canne e quanto altro di dannoso c’è per i loro polmoni e la loro salute, mi fa credere che ci sia ben poca voglia di muovere un dito per cambiare questa situazione. In fondo, che male c’è a non far niente se comunque si riesce a mangiare tutti i giorni, grazie alla generosità di altri che elargiscono 1000 franchi CFA ogni tanto?

Nel modo in cui sono stata educata, c’è che io mi sentirei un po’ umiliata nel dover sempre aspettare che qualcuno mi dia “l’elemosina”, piuttosto che uscire di casa, camminare fino a sera in cerca di una qualsiasi attività remunerativa.

Qui tutto può diventare un lavoro. I senegalesi hanno una tale capacità inventiva, che tutto per loro è attività economica. Dunque trovo assurdo che tanti si accascino su se stessi senza rispondere a questo stimolo naturale che hanno verso il commercio. Ci sono attività qui che hanno dello straordinario. Ti si vende di tutto. Ti si può vendere anche l’attività che appartiene a un altro e è sicuro che ci si guadagna qualcosa.

Al mercato di Sandaga ci sono i procacciatori di clienti. Sono quei ragazzi che ti fermano e ti chiedono: “cosa stai cercando?” Tu glielo dici, e quelli ti portano da qualcuno che vende quello che cerchi. E hanno una commissione su quel che viene venduto. E questo esiste anche in quartiere. Tu manifesti una tua necessità, e qualcuno ti offre di portarti da chi può soddisfarla. Li sai già che il prezzo sarà gonfiato della commissione che il procacciatore dovrà guadagnare.

Ad ogni modo, tutto questo per dire che non si può restare seduti a bere ataya quando tutto si può vendere e tutti sono disposti a comprare, anche a credito.

L’economia qui in Senegal funziona benissimo. C’è un continuo via vai di gente che compra e vende. Arrivano container dall’Europa, dall’Arabia Saudita, da ovunque, con merce che i senegalesi emigrati hanno acquistato altrove per rivenderla qui. Tutto quello che viene dall’estero è apprezzabile più di quanto lo sia la stessa merce prodotta qui.
Dakar è invasa dai cinesi. I cinesi hanno compreso quanto marci bene l’economia senegalese e hanno importato di tutto. Non solo, producono in loco. Ma i senegalesi sono convinti che la roba cinese non importata sia di qualità inferiore alla roba cinese importata. E’ l’idea della provenienza esterna che da una qualità migliore alla merce. E’ incredibile.

Se io acquisto delle cose al marché samedi (mercato dell’usato del sabato) a 200 o 300 CFA, e la rivendo in quartiere a 5 o anche 10 volte il prezzo che l’ho pagata, la gente la acquista perché pensa che venga dall’Italia. E non ho nessuna ragione per smentire quest’idea.

L’onestà va a farsi fottere quando si tratta di affari.

Questa cosa l’ho imparata a mie spese.

Quando sono arrivata qui ho dovuto scontrarmi con l’obbligo del mercanteggiare a ogni acquisto. Dovevo comprare letto, materasso, divani, cucina e frigorifero. Il resto dell’arredamento ce l’avevo quasi tutto.
In principio era il materasso e un ventilatore. Avevo solo quello e tutte le mie cose erano sistemate per terra. Un gran caos, ma non potevo lamentarmi. Presto i mobili che avevo acquistato all’Ikea e che avevo spedito con un container, sono arrivati e la mia casa a presto forma. Restavano dunque da acquistare le cose che ho elencato.

Il frigorifero è quello che mi ha dato più sofferenze. Partiamo dal presupposto che un qualsiasi venditore che vede arrivare una toubab (bianca) nella sua boutique o magazzino, ha già moltiplicato per 5 il prezzo di tutta la mercanzia, senza che io abbia chiesto niente.

Un bel giorno sono partita con Salif a caccia del frigorifero. Abbiamo cominciato a Castor per finire a Liberté 6 fino a Cipress. Tutta Liberté 6 è piena di magazzini colmi di roba dei container che vengono dall’estero. Dunque oltre frigoriferi, trovi di tutto: tavoli da cucina con sedie, televisori, cucine, camere da letto, accessori per la casa e compagnia bella. Dunque mentre cercavo il frigorifero, ho anche chiesto i prezzi di altre cose.

Per dare un’idea di quel che intendo quando dico che “ingresso toubab” significa parecchie volte in più del prezzo reale, ecco qui delle risposte che ho ricevuto alle mie richieste:
1 tavolo da cucina con sedie = 500.000 CFA (762 euro)
1 camera da letto con armadio, letto, 1 comò, specchiera tutto palesemente Ikea= 2.000.000 CFA (3048 euro)
1 frigorifero 870.000 CFA (1326 euro)

E così via. Insomma, quando poi io ribattevo con 5 volte meno il prezzo dichiarato, mi guardavano come se fossi pazza, dimenticandosi che proprio perché vengo da dove hanno preso quella roba, conoscevo un minimo il valore reale.

Non aveva importanza. Il fatto che fossi toubab doveva per forza significare che nella mia borsa c’erano tutti quei soldi, dunque IO dovevo pagare quel prezzo dichiarato. Cari miei, col pippo.

E proseguiamo la ricerca del frigorifero. Tutti i frigoriferi dei magazzini di Liberté 6 non sono frigoriferi nuovi, ma di seconda, se non di terza mano. Sono quei frigoriferi che in Italia la gente butta via e che vengono raccolti e inviati qui per essere riparati e quindi rivenduti. Bene, è tra questi che io ho acquistato il mio. Un frigorifero whirpool, enorme e bellissimo. Così orgogliosa di averlo pagato 170.000 CFA (259 euro) che non ho pensato minimamente che ci dovesse essere un inghippo. Già il fatto che mi abbiano dato una garanzia di un mese, avrebbe dovuto farmi pensare… ma niente, ero convinta di aver fatto l’affarone del giorno.

Bene, neanche dopo un mese di blackout continui a Dakar, l’affarone mi ha abbandonato. O meglio, l’ha fatto per metà. Il frigo ha smesso di funzionare. E potevo usare solo il freezer.
Racconto a Babu, il mio vicino, che avevo bisogno di un frigorista. Me ne fa avere uno dopo qualche giorno. Grande Babu.
Il giorno della visita del frigorista è stato davvero umiliante per me. Insomma, mi guardava e rideva, diceva che quello non era un frigorifero “senegalese”, che andava bene per l’Europa, ma qui, con i continui tagli alla corrente, era normale che si fosse fulminato subito, che prima di utilizzarlo qui, avrebbe dovuto essere “senegalizzato”. Insomma, che cacchio significasse non lo so neanche oggi, fatto sta che avevo un frigorifero extracomunitario che non era tollerato dai blackout senegalesi. L’onesto e estremamente sincero frigorista, che dopo la diagnosi non ha voluto niente, ha solo aumentato il livello di congelamento a 7 dicendomi di chiamarlo il giorno dopo per fargli sapere se le cose fossero cambiate.

Il fatto che mi abbia derisa così, come se fosse obbligatorio da parte mia conoscere i tipi di frigorifero che qui funzionano e quelli che non funzionano, mi ha spinta a dire a Salif di rivolgersi a un altro frigorista. La presunzione di alcuni senegalesi a volte è davvero disarmante, e io resto dell’idea che per quanto tu faccia bene il tuo lavoro, non hai il diritto di umiliare il tuo cliente, e soprattutto devi portargli sempre rispetto. Non ne faccio una questione di orgoglio, ma ha più volte ripetuto a Salif in wolof: “I toubab non capiscono niente”.

Può anche essere vero che io non capivo niente, e è normale, io non sono frigorista. Ma tu mi devi rispettare, sennò io non ti faccio lavorare per me. Chiaro?

E così il giorno dopo viene un altro essere chiamato frigorista pure lui. All’apparenza fa qualcosa, smonta, cambia il gas, sporca tutto e dice che ci rivediamo dopo qualche giorno per terminare il lavoro. Per questo intervento gli do 15.000 CFA che sarebbero dovuti servire a guarire il mio frigorifero.

Ma dato che come ho appreso, qui a Dakar tutto è possibile, ma nulla è certo, questo frigorista mi ha abbandonata. Ha preso i miei soldi con la promessa di tornare e è sparito con la scusa che suo padre aveva problemi di salute. Era il 28 dicembre 2009. L’abbiamo anche incontrato dopo una settimana e la promessa è stata rinnovata….. a data da definire.

Mi fa rabbia questo atteggiamento. Mi fa rabbia il fatto che io abbia pagato in anticipo per un lavoro che non è stato fatto. Mi fa rabbia che Salif non abbia insistito nel chiamarlo e nel farsi valere. Quando si tratta di cose che riguardano la sua casa, non si fa mettere sotto da nessuno. Ma se si tratta di me, io posso accettare. Io posso capire.

Dicevo questo a Daour, il fratello di Salif, giorni fa. Dato che io sono toubab, si pensa che non ho bisogno di un frigorifero, che le cose qui a casa mia si raffreddino per il solo fatto che vengo da paesi freddi, o per il solo fatto che il potere dei soldi ripara tutti i frigoriferi o ne fa acquistare nuovi, come se veramente io sia piena di soldi.

Ho commissionato un boubou al marito sarto di una mia collega circa due mesi fa. Non l’ha ancora fatto. Dato che sono toubab, io non ho bisogno di un boubou, dunque posso aspettare. Ho dato 5000 CFA di anticipo e il tessuto.

Ho commissionato le tende della camera e del soggiorno a un sarto amico di Salif circa 10 giorni fa, con la promessa che me le avrebbe riconsegnate il giorno dopo. Non ne so ancora nulla. Ho dato 2000 CFA e non ho ancora le tende. Dato che sono toubab io non ho proprio bisogno delle tende.

Ma porca miseria, non vi viene in mente che se fate bene il vostro lavoro, magari ritorno per commissionarvi qualcos’altro? O col passa parola vi mando altri clienti? No, qui sono in pochi che hanno capito questa cosa. La maggior parte, prendono i miei soldi e dato che sono toubab, non fanno il lavoro per cui li ho pagati. Cazzo quanto sono idiota. Dopo le tende, è l’ultima volta che pago in anticipo.

Daour dice che non c’entra nulla il fatto che io sia toubab, che qui le cose vanno così. Ma io non credo proprio. Il sarto marito della mia collega non ha fatto il mio boubou per mettere davanti al mio i boubou di donne senegalesi, che dato che vestono regolarmente abiti tradizionali, è sicuro che torneranno da lui se lui farà un bel lavoro. Ma io sono toubab, dunque non è certo che io commissioni altri boubou in futuro. E’ sicuramente questo quello che pensa. Bene, caro Marito, non ti manderò nessun cliente, né toubab, né senegalese, stanne certo.

Caro frigorista, caro sarto delle tende, non avrete clienti e complimenti da parte mia. So che non ve ne importa niente, che ci saranno altri clienti e che non arrecherò alcun danno alla vostra attività, ma sicuramente non guadagnerete più su di me.

Ieri sono andata da Tapha, un amico che ha un piccolo negozio di elettrodomestici a Castor. Bene. Un frigorifero NUOVO e “senegalizzato” me lo farà pagare 160.000 CFA. Certo, è più piccolo dell’altro, ma è nuovo. Per ora non ho i soldi per comprarlo, ma me lo terrà da parte. Li ho capito che chi mi ha venduto il primo frigorifero non è stato onesto né con la qualità della merce, né con il prezzo. Ma dato che sono toubab e che non capisco niente, me lo sono meritata.

Dunque, dicevo, l’onestà va a farsi fottere quando si tratta di affari. E ho concepito questo concetto grazie a tutte le persone disoneste che ho incontrato nei miei acquisti. Dunque cari miei, ora io vi vendo quel che voi credete venga dall’Italia, a fior di CFA e non mi sento per nulla in colpa. Per ignoranza io ho comprato un frigorifero non senegalizzato, per ignoranza voi pensate che tutto quel che viene dall’Europa sia meglio di qualsiasi cosa trovata qui, per ignoranza voi pensate che se è un’italiana a vendere, è certo che la merce arrivi da fuori. Allora, viva l’ignoranza che fa marciare l’economia.

Mi inserisco perfettamente nel giro e ho i miei clienti. Il passaparola è efficace. Non accetto di vendere a credito. Se vuoi comprare, paghi subito, sennò torni quando hai i soldi.

Il fatto di essere diventata “commerciante” di qualcosa, non so perché mi ha portato il rispetto di molti. E’ come se il fatto di riuscire a imbrogliare mi renda più simile agli altri. Non avrei mai immaginato che integrarmi significasse anche questo.

E ora, la Vaidehi degli HLM (così mi chiamano i bambini, vedi soap opera indiana che passava alla tv tempo fa), vende articoli pregiati e che fanno gola a tutti.

L’importante è crederci.

Sénégal: 21/02/2010 - Cos'è che mi fa star bene?

21/02/2010 (mail a persona cara)

"Ciao,
perdono se non ho ancora risposto, ma non ho mai tempo e soprattutto la connessione qui è un biglietto della lotteria, non sai mai quando funziona :)

Come procede qui? non so se hai letto le note che ho scritto qui su facebook, in cui analizzo un po' la società senegalese dal mio punto di vista. Diciamo che io continuo a starci bene, perché ho un enorme spirito di adattamento.

Ma non è facile. Non è facile perché vivo il razzismo sulla mia pelle. Cerco di ignorare a volte gli sguardi di chi mi guarda con disprezzo per il semplice fatto di essere nata dalla parte fortunata del mondo. Ma il più delle volte mi incazzo e rispondo con un "che cazzo guardi? " o "abbassa lo sguardo" ahhahaha

Ho degli amici, ho un quartiere che mi conosce ormai e forse non mi giudica né fortunata, né sfortunata, né piena di soldi, né senza soldi. Mi salutano semplicemente perché sono un essere umano come loro.

A volte finisco per isolarmi un po'. Quando il momento delle riflessioni arriva, non puoi sfuggirlo. Mi spiace che mia madre non abbia la mia stessa curiosità di scoprire mondi diversi. Mi spiace che abbia paura di staccarsi dal proprio nido e scoprire che altrove si può stare altrettanto bene e forse meglio.

Mi spiace che i maschi senegalesi non abbiano la minima capacità di dare veramente sicurezza a una donna. Eppure sul corano c'è scritto di prendersi cura delle proprie donne e di mettere la donna su un piedistallo. Peccato che con tutte le altre contraddizioni di cui è stracolmo questo benedetto scritto, gli uomini sono arrivati a avere il cervello in pappa e a non capire cosa devono fare.

Mi chiedo come diavolo si arrivi a essere così ossessionati dalla preghiera. Lo trovo fanatismo piuttosto che sincera fede. Ogni mattina sui car rapide (bus locale) c'è qualcuno col suo benedetto rosario... si, è un rosario, sto chapelet... e vedi le labbra recitare a voce bassa chissà quante volte il nome di allah solo per garantirsi un posto nel paradiso celeste. Ma sarà celeste? Chi gli da la garanzia che non sia nero, o una specie di Italia governata da ignoranti?

Invece di cercare di fare del proprio meglio per vivere la vita attuale, ci si appoggia alla speranza di viverne una migliore dopo la morte. E non si fa un pippo, ci si sforza il minimo indispensabile nell'attesa di crepare. Mi fa pensare al videogame The sims.

Li sei tu che spingi i tuoi personaggi a lavarsi, a mangiare, a pulire casa, a cercarsi un lavoro. Ma se non schiacci nessun bottone, restano li, senza pensare che devono pisciare, pensare a se stessi, lavarsi e lavorare per vivere.

E così vedi a Dakar persone sedute agli angoli delle strade che aspettano, incha allah (Se piace a Dio), che gli venga dato lo stimolo per muovere anche solo un dito.

Perché nonostante tutto questo io qui sto bene? Cos'è che mi fa star bene? A volte penso sia la mia diversità. Mi dico che qui sto bene perché tutti sono ridotti alle cozze, e io ho avuto il coraggio di prendere in mano la mia vita.
Ma che voglio fare? Voglio finire agli angoli delle strade aspettando il benedetto stimolo? o forse mi sono stimolata abbastanza e sono venuta qui a riposarmi insieme agli altri? ahahah che due palline.

Che poi io non posso riposare, lo dimostra il fatto che prima di sedermi all'angolo delle strade, ho cercato lavoro e ogni mattina mi tiro fuori dal letto molto presto, contro ogni mia volontà.

E' bella l'immagine che hai di Dakar nel momento in cui arrivi. Tutti sembrano sorridere, tutti sono senza stress, tutti amici, tutti gentili.
E poi scopri che è vero, non sono stressati perché non lavorano e non fanno un cazzo, dormono da mattina a sera, bevono té e vanno a mangiare a scrocco da chiunque... che bell'analisi he? ahahhaha

Ad ogni modo, io sto bene in questo fancazzismo generale. Vengo rispettata perché non mi son lasciata trascinare nel tunnel dei nullafacenti. A lavoro credo mi adorino. Ma qui il limite che separa la sincerità dalla falsità delle persone, non si vede neanche. Possono fingere qualsiasi tipo di sentimento umano.

I senegalesi sono dei grandi attori. Sanno sorridere quando sono nella merda, e far finta di soffrire come pazzi per farti pena ma voltato l'angolo se la spassano e ridono e si divertono dimenticando la recita dei poveretti.

Generalizzo, ma fortunatamente ci sono anche persone vere. E è a quelle che mi attacco con tutte le mie forze.

Insomma, questo Senegal non è molto diverso dall'Italia. Il governo è corrotto, la polizia è corrotta, persino i presidi delle scuole sono corrotti.

Ieri sono tornata ora a casa e mi sono preparata un'insalata di mais con sardine (che rimpiazzano abbastanza bene il tonno star). Non mi piace il tonno PINTON :)
Tempo fa ho comprato l'olio extravergine d'oliva. E' carissimo, ma è qualcosa a cui non posso rinunciare. Non posso condire le insalate con l'olio d'arachidi per friggere o l'olio di soia... zeraglia, wiwa l'olio extravergine :) Farò dei sacrifici solo per l'olio d'oliva. Se ci fosse il parmigiano o il grana, farei sacrifici anche per quello!
Non vedo l'ora che sia venerdi e che mi diano lo stipendio. Sono quasi alla canna del gas. In teoria potrei prelevare dal conto i soldi che mi sono inviata dall'Italia, ma mi sono ripromessa di usarli solo in caso di estrema emergenza. E dato che una settimana qui in Senegal passa alla svelta, domani è venerdi e il problema sarà risolto :)))

Ti racconto di Lass. E' il "pazzo" degli hlm4, il mio quartiere. E' considerato tale da tutti, ma a me sembra così sul pezzo. Certo, se lo incontri, ha un aspetto completamente rovinato... è senza denti, quasi storpio. Vuoi sapere perché?
Quando era giovane, era davanti alla tv. I suoi fratelli maggiori gli dicono che vogliono guardare la tv anche loro. Lui dice di aspettare che finisca il programma che sta guardando. E sai che succede?
Lo pestano a sangue.
Lass si risveglia in ospedale in stato confusionale, SENZA DENTI, con le braccia e le gambe rotte, col viso completamete tumefatto.

Già, amore fraterno. E' interessante non trovi? Nemmeno in famiglia c'è quello che io chiamo amore. Gli hanno estratto i denti uno a uno... con le pinze. Il racconto mi ha scioccata. Nessuno ha sporto denuncia. La madre di Lass ha detto che succede, "sono ragazzi"... e ora i suoi fratelli continuano a vivere con la coscienza pulita in mezzo a tutta la comunità degli hlm che li tratta da compari, da "amici", come se fossero delle persone che meritano comunque di restare in mezzo agli altri. E io faccio così fatica a integrarmi. Vengono accettate certe cose, e non viene accettato che una toubab (bianca) venga a stabilirsi in mezzo a loro, perché che ci viene a fare con la sua valigia piena di migliaia di euro? che se ne stesse a casa sua... insomma, è tutto un non-sense.

Eppure nonostante lo chock ricevuto, Lass ha mantenuto secondo me una lucidità. Certo, la vedo solo io, ma io ci vedo benissimo. Sono gli altri che sono orbi.

Che palle, non ho voglia di andare a lavoro domani. Dakar è un condominio in qualsiasi ambito. Tutti amano la chiacchiera e il pettegolezzo. E' quasi una fame assurda di vite altrui dato che le loro hanno vergogna a raccontarle o hanno il terrore del giudizio degli altri.

"nanga def? mangui fi" Mentre io rispondo che si, sto bene ora, ma la settimana è stata dura e compagnia bella .... offro spunti di discussione, forse per questo che in qualche modo mi "amano".

Dakar mi tortura parecchio. Tanta gente è maleducata, invadente, invidiosa, falsa. Eppure per qualche strano motivo sto meglio qui che in Italia. Paradossalmente mi sento libera. Qui in Senegal nessuno è libero. Sono tutti schiavi di una cultura dettata da marabutti, dal corano, dal genio di quartiere. Nessuno osa fare qui quello che tanti invece fanno in Europa fottendosene altamente di piegarsi a 90 per 5 volte al giorno per pregare e evitare il castigo di Dio.

Qui si, tutto è finto. Alcuni non si rendono conto di fingere di credere in Dio perché gli altri sembrano crederci più di te. E allora devi dimostrare che anche tu sei credente e praticante, così fai parte della cumpa. Ho visto una scena che mi ha quasi fatta ammazzare dal ridere.
A., il mio amico di Bergamo, è anche amico di Salif, il mio fidanzato. L'altra sera ci siamo visti da Salif e arrivata l'ora della preghiera hanno pregato insieme. Ti giuro, sembrava una gara a chi si piegava più veloce. Sembrava fosse una sfida della preghiera. Ecco perché pregano, per tenersi in forma. E' meglio dello sport!!

Li guardavo e mi dicevo: "forse che Dio li sta guardando e sghignazza sotto i baffi?" Ma Dio avrà i baffi mi dico? Insomma, io posso pensare quel che mi pare di Dio. Qui se fai una battuta sul supremo, rischi il linciaggio.

Il senso dell'umorismo non esiste.

Ad ogni modo, io devo riprendermi un po'. Il morale è sceso, forse a causa della malattia, che mi ha dato modo di riflettere, o forse mi sono ammalata a furia di riflettere. Mi si rimprovera che do troppa confidenza alla gente, e poi mi si dice che IO non voglio integrarmi. Mi si rimprovera che non parlo wolof nonostante sia qui da 4 mesi. Forse dipende dal fatto che NESSUNO è disposto a aiutarmi in questo? Io non sono nata imparata. Qui pensano che tu debba imparare il wolof per osmosi. Ok, io lo imparerò, ma togliendo di mezzo, chi disturba la mia quiete, vuoi per ipocrisia, vuoi per falsità negli atteggiamenti, vuoi per critiche immeritate. Mi si rimprovera che sono toubab. Roba da non credere. "Tu sei toubab e non puoi capire". Belli miei, io posso capire perché sono stata educata a pensare con la mia testa, non con un libro scritto in versetti in cui si parla di inganni e di sofferenze gratuite da infliggere alle donne e agli esseri umani.

Mi si rimprovera che sono troppo gentile con Aminta (una ragazzina a cui sto insegnando a studiare, perché non ha proprio un metodo). Cazzo, l'altro giorno a casa sua non le hanno fatto fare la doccia calda per evitare di sprecare il gas, e allora io le ho fatto fare la doccia da me. Non le ho mica dato 10.000 CFA. Le ho solo fatto fare la doccia.

Mi si rimprovera che mi isolo. IO mi isolo. Peccato che poi come ho già detto mi si dica che do troppa confidenza a tutti. Allora belli miei mettetevi d'accordo, fate una lista e che sia piena di elementi plausibili e coerenti. Qui è il regno del pettegolezzo.

Eppure si, mi sento libera, perché io col pippo che mi faccio incastrare nel meccanismo del "fai finta che il tuo vicino sia un amico ma non parlargli troppo perché potrebbe tradirti". No, io col mio vicino ci parlo, e se mi tradisce non ci parlo più. Inutile nascondermi dietro finti sorrisi, finti "nanga def? gej na la gis.. name nale". Io dico a qualcuno che mi manca solo se mi manca davvero. Qui ogni saluto è solo una formula da recitare a memoria come le preghiere. Ma poi in realtà nessuno sa veramente niente dell'altro perché alla domanda "è tanto che non ti vedo" ti rispondono "sono qui"... e non sai un cazzo del perché non hai più visto quella persona...

Io se uno mi dice è tanto che non ti vedo, gli dico che sto lavorando tanto, che ho l'influenza, che ho cambiato strada da un po' e che è per questo che non ci siamo visti... insomma, cazzo, un po' di condimento ai discorsi. Qui vivono di formule e di convenevoli.

Eppure nonostante tutte queste critiche, io qui sto bene. E mi sento libera. E' paradossale, ma è così.

Ho deciso che d'ora in poi mi dedico a chi mi pare e quando mi pare. Questo lo dico perché stavo rischiando di farmi ingabbiare nel meccanismo "non dare confidenza a tutti". Dare confidenza e dare fiducia sono due cose ben differenti. La fiducia la riservo a pochi, ovviamente.

Qui pensano tutti che sono nata oggi. Ogni cosa pensano di dovermela insegnare. "Lo sai che qui dopo i pasti beviamo l'acqua?".. "NOOO davvero? In Italia l'acqua non esiste!"

Insomma, questi primi mesi di tentativi di integrazione sono stati un po' duri. Ma trovo tutto molto normale. Io devo accettare loro, e loro devono accettare me. Se nel giro di un anno questo non avverrà, potrò sempre tornare. Mi son detta che se dovessi tornare in Italia, credo proprio che tornerei in Sardegna definitivamente. Alla fine il Senegal somiglia molto alla Sardegna. La gente è fiera della propria terra e delle proprie origini, è attaccata alla propria cultura, è testarda e piena di sogni per realizzare i quali fanno il minimo sforzo, in modo da potersi lamentare che piove governo ladro :)))

[...]

Roby"

Sénégal: "ça ira". Devo imparare l'ottimismo per osmosi

Agosto 2009

Ogni volta che parto per il Senegal è sicuro al 100% che qualche senegalese italiano mi da l’incarico di consegnare qualcosa a un membro della propria famiglia.
E così il 4 agosto atterro a Dakar e dopo qualche ora ricevo la telefonata di Pape Same Sarr. E’ il fratello di Ibrahim. Per lui ho portato un paio di scarpe per giocare a calcio e una macchina fotografica.

Le scarpe per il football sono un articolo che va a ruba a Dakar. Ma credo sia così in tutto il Senegal, e se proprio vogliamo esagerare, in tutta l’Africa. Il pallone è lo strumento di aggregazione più amato. Se hai un pallone, hai anche un sacco di amici, questo è sicuro. E se le tue scarpette arrivano dall’Italia, sei un gran figo e devi fare in modo di procurarle anche a tutti i tuoi amici.

A Dakar sta per iniziare il torneo di calcio tra quartieri, e così è fondamentale avere delle scarpette all’altezza del torneo. E Ibrahim lo sapeva quando ha deciso di usarmi come corriere per spedirle a suo nipote, il figlio di Pape.

La telefonata con Pape è brevissima. Mi dice che il giorno dopo verrà lui a HLM4 a prendere le scarpe, che è giusto così, che io non mi devo muovere e che sa che probabilmente sono stanca per il viaggio. Effettivamente è così. Sono a pezzi, ma felice.

Quando Pape arriva con il suo motorello, tutti gli occhi dei ragazzi del campo di calcio sono puntati sul mio sacchetto. Si vede spuntare un laccio di scarpe. E ecco Maudi, un nano di 8 anni, che avevo conosciuto sull’isola di Gorée il 30 maggio, si avvicina, mi toglie il sacchetto dalle mani e tira fuori il tesoro. Un paio di scarpette da calcio nuove di zecca.
Se avessero potuto, i ragazzi di HLM4 avrebbero fatto una ola.

Invitiamo Pape a seguirci fino a casa. Chiacchieriamo come se il solo fatto di conoscere Ibrahim mi rendesse membro della loro famiglia. Pape non fa che ringraziarmi e incoraggiarmi per tutto quello che ho in mente di fare nei giorni a seguire.

Già, cosa ho in mente di fare nei giorni a seguire? E perché ogni volta che lo racconto a un senegalese, mi risponde che “ça ira”, e se lo racconto a mia madre, lei mi dice “è l’errore più grande della tua vita”?

Se i sogni dei ragazzi del campetto portano fino a un paio di scarpette da calcio, i miei sono arrivati prima dalla Sardegna a Milano, e ora da Milano voglio trasferirli in Senegal. Ecco cosa voglio fare nei giorni a seguire. Voglio trovare un posto per me a Dakar. Il mio posto.

Perché anche per me risulta così difficile credere che “ça ira”?

Pape è ottimista. Salif è ottimista. Ousmane, il migliore amico di Ibrahim, è ottimista. Maseck, è ottimista. Daour è ottimista. Dolce, il fratello di Salif che è morto a luglio, era ottimista. E allora lo devo essere anche io. Devo imparare l’ottimismo per osmosi.

C’è una cosa che rende queste persone ottimiste. Credono. Si, credono in Dio con una tale forza e intensità, che niente potrebbe convincerli che Dio non mi aiuterà. Da quando ho cominciato a raccontare il mio sogno di trasferirmi a Dakar, un’infinità di preghiere si sono sollevate per me dalle case di Dakar. Io non sono musulmana, non so neanche se sono cristiana. Ma il fatto che ci sia una tale concentrazione di persone impegnata a pregare per me, mi consola, mi da coraggio e forza, e mi fa pensare che forse “ça ira”.

Dico a Pape che ho una paura fottuta, che sono perfettamente consapevole di infinite difficoltà che incontrerò, gliele espongo, gli dico che spesso ho voglia di piangere a Dakar, che la solitudine diventa veramente violenta quando mi scontro con la mia ignoranza della lingua. Pape sorride e mi dice che quando andrò a vivere li, tutto diventerà più semplice di quanto io pensi. Grazie Pape.

Riaccompagnamo Pape al suo motorello e gli occhi di David e degli altri “footballeurs du coin” sono su di me. All’improvviso mi rendo conto di essere diventata per loro la Toubab spacciatrice di scarpette da calcio. Infatti quando Pape va via, dopo un abbraccio stretto e infiniti Alhamdulillahi, David si avvicina a Salif, gli parla in wolof e la sola cosa che capisco è che lo sta supplicando. E nel contempo mi sorride, come se potessi capire cosa sta chiedendo.

Dopodiché mentre rientriamo verso casa, Salif mi spiega che David gli ha chiesto di vendergli un paio di scarpette da calcio come quelle che ho portato a Pape. Da quel giorno, ogni volta che incontro David, le parole che mi rivolge sono “Miss, je t’en prie, vend-moi des chaussures!”.

Ed ecco che parte un gioco. Il gioco che mi permette di inserirmi in quella compagnia di quartiere così allegra e unita. Il gioco è continuare a fare credere a David che io sia arrivata a Dakar con un paio di valigie piene di scarpette da calcio e che il solo a poter decidere la sorte di quelle scarpe, è Salif. Moussa, Sarr, Pierre e Salif mi chiedono di reggere il gioco. E così ogni volta che David si avvicina alla compagnia, tutti parlano di bellissime scarpette da calcio che hanno visto a casa di Salif, come se fossero il tesoro più prezioso mai arrivato a HLM4.

E’ una crudeltà. Vedere gli occhi supplicanti di David crea in me enormi sensi di colpa. Dunque da un lato comincio a sentirmi parte di qualcosa, dall’altro mi si ritaglia addosso il potere di donare sofferenza. Sofferenza che viene dalla frustrazione di non possedere qualcosa che tanti hanno. Credo che questo riassuma quello che è un toubab a Dakar. E’ qualcuno che ha la fortuna di essere nato nella parte “giusta e fortunata” del mondo, e che è in possesso di tutto quello che quelli della parte “meno fortunata” non hanno.

Dico a Salif che questo gioco non mi piace. Ma lui mi dice che non è grave scherzare e prendere in giro David. Tutti si divertono, dunque che male c’è? Lo trovo spietato.

Dunque quando David mi chiede le scarpette io gli dico “dipende da Salif, magari domani te le da, incha allah”

Incha allah. Se Dio vuole. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi cosa di cui si parli, un senegalese non omette mai di parlare di Dio o rendergli grazie. Quello che succede intorno a me, ogni volta che apro un discorso con qualcuno, è che si solleva una sorta di aura mistica in cui ogni cosa esiste grazie a Dio, dove tutto il bene che entra nelle giornate, è grazie a Dio, dove se arriva la morte, arriva per volontà di Dio, dove il dolore per i morti è camuffato in invocazioni alla Sua clemenza affinché l’aldilà possa accogliere il defunto nel migliore dei modi, con il perdono dei suoi peccati.

Rifletto moltissimo sulle scarpette da calcio e sul fatto che se uno le avrà sarà grazie a Dio. Quelle scarpette diventano per me il simbolo di tanti beni materiali che le persone sognano di possedere, anche per un solo istante (perché molti poi rivendono a altri per necessità) e il simbolo di quello che a ognuno è concesso di avere. Diventano anche il simbolo di tutto quello a cui noi occidentali ormai non crediamo più, e di quanta fede ci sia in un paese africano.

Perché noi non crediamo più a niente? Non so rispondere a questo, ma so perché in Senegal si respira una fede tanto forte. In Africa c’è talmente tanto bisogno di credere in qualcosa, che la fede è necessaria. E’ necessario trovare una giustificazione divina a tutto quello che succede e a tutto quello che non succede. Se non fosse Dio a decidere i destini di così tanti milioni di persone, il dolore da sopportare per l’ingiustizia subita dall’intero continente, sarebbe troppo forte. Questo credo. E così qualsiasi cosa che capita nelle giornate è destino. E’ destino se oggi c’è un lavoro e domani non c’è. E’ destino se un fratello muore di una malaria curata male e nessuno s’era accorto nei mesi precedenti che aveva smesso praticamente di mangiare. E’ destino se un bambino muore prematuramente di malattie che i genitori gli hanno trasmesso per una condotta sessuale non proprio prudente.

Io non credo che il mio destino sia stato scritto da qualcun altro. Non so se questo sia un punto a mio favore, ma sicuramente so di essere io a scrivere giorno per giorno le pagine del mio destino. La mia volontà. Io credo fortemente nella mia volontà e nelle mie capacità. E non solo ci credo, ma le uso per arrivare dove voglio arrivare.

Credo che il mio modo di pensare possa convivere serenamente con quello degli abitanti di Dakar. Non cercherò mai di imporre il mio punto di vista. Normalmente quando si parla, io pongo delle domande, per far riflettere: “Da quanto tempo non lavori? Stai cercando un altro lavoro?”
Dietro una domanda del genere, nascondo una domanda che vuole dire “se non muovi quelle chiappe, il lavoro non verrà a bussare alla tua porta”. Conosco le difficoltà nel trovare un lavoro a Dakar, ma continuo a credere fortemente che per arrivare a ottenere qualcosa, occorra innanzitutto tentare.

Una sera torno a casa sfinita da una giornata di ricerche che sembravano totalmente inutili e che vista la lentezza con cui procedevano, sembravano non portare proprio a nulla. Entro in casa e la prima cosa che Daour mi chiede è: “hai pregato oggi?”

I musulmani normalmente pregano 5 volte al giorno a orari ben precisi, con un rito ben preciso.
Io gli ho risposto con una domanda: “e tu?”
Ho visto Daour pregare solo quando è iniziato il Ramadan. Ma questo del ramadan sarà un altro discorso.

Lui ha detto: “no, oggi no”
Io ho detto: “io invece si, ho pregato sul car rapide mentre andavo a Sandaga”.

In quel momento, in soggiorno eravamo io, Daour, Pape e Salif. Premetto che io non so se il mio modo di credere faccia parte della religione musulmana o di un’altra religione, fatto sta che ogni tanto le mie riflessioni si rivolgono a un’entità superiore che spero vivamente che ci sia e mi protegga. Io non so se credo, ma sicuramente spero. Dunque provo. Un po’ come tentare la vincità al superenalotto. Uno prova e ci spera.

E così Daour sgrana gli occhi e mi dice che sul car rapide non è il luogo adatto per pregare. Io gli dico che Dio (l’entità superiore a cui do per convenienza questo nome) mi ascolta ovunque io sia e in qualsiasi momento della giornata, e non solo agli orari stabiliti per un musulmano. L’orario di ricevimento di questa entità superiore è 24 ore su 24, quindi mi permetto di disturbarlo quando voglio.

Gravissimo.

Sapevo che stavo entrando su un discorso minato, ma sapevo anche che la mia intelligenza non mi avrebbe fatto mancare di rispetto a nessuno.
Pape mi stupisce e nelle ore successive inizia finalmente la nostra amicizia. Pape dice “Daour, elle a raison, on peut prier et parler avec Dieu quand on veut”

Pape è un nipote di Salif e Daour. Ha circa 20 anni e studia all’università. Credo che faccia filosofia applicata alla legge, ma non ne sono sicurissima. Ad ogni modo, mentre Daour cerca di spiegare quanto sia importante rivolgersi a Dio in luoghi e modi “appropriati”, come se ci fosse un Dio che snobbi chi gli chiede aiuto dalla strada, dai car rapide, dalla spiaggia, o sdraiati su un letto, Pape fa partire un discorso che ho apprezzato infinitamente.

Pape dice che bisogna rispettare le religioni altrui, che non è necessario che io cominci a seguire le “regole” della religione della comunità in cui mi sto andando a inserire, che Daour deve rispettare il mio modo di pormi verso Dio, che di Dio ce n’è uno solo e che è differente solamente la modalità con cui la fede viene praticata. Pape dice che ha letto un libro di uno scrittore iraniano che si intitola “Perché non sarò mai un musulmano”.

Giuro, mi è sembrato vedere gli occhi di Daour quasi uscire dalle orbite. Per lui era inconcepibile leggere uno scritto del genere. “Non leggerò mai il libro di qualcuno che vuole convincermi a cambiare religione o trovare dei lati negativi nella mia religione”.
Sono stata felicissima delle risposte di Pape. Pape diceva che è importante per chiunque cercare di conoscere il punto di vista di chi la pensa in maniera differente. E la discussione, fino all’ora di cena, è andata avanti così, con me e Pape che cercavamo di far comprendere a Daour che il libro non è stato scritto per far convertire i musulmani, ma solamente per raccontare un modo di vedere le cose da parte di chi ha studiato il corano, ha letto tanti testi sul muridismo e i murid, e ha avuto modo di argomentare le sue tesi sul perché non si trovasse in sintonia con la religione musulmana. E un Daour scioccato dall’idea che altri possano scrivere libri del genere o trarne spunto per abbandonare Dio. Inutile spiegargli che non era un libro-invito a smettere di credere, ma un testo che spiega per quali ragioni lo scrittore non vuole essere musulmano.

Daour sminuisce il tutto dicendo che questo libro è stato scritto solo per far soldi e per danneggiare la comunità musulmana. E si augura che nessun altro musulmano lo legga.

La discussione mi ha permesso di cogliere differenti lati di questo nuovo mondo. Ci sono gli “anziani” e ci sono i “giovani”. I primi, come in tutte le parti del mondo, non accettano il cambiamento, le proposte di allargare il proprio punto di vista, e le tesi contrarie a quello in cui si è sempre creduto. I secondi, curiosi, attenti a tutto quello che succede nel mondo, interessati all’incontro con il diverso, interessati a uno scambio con il prossimo, interessati soprattutto a non chiudere gli occhi come i loro “anziani” hanno fatto tante volte.

Pape sta crescendo bene. E’ un musulmano che non disdegna l’incontro con la diversità e accetta che qualcuno possa non pensarla come lui.
Quel giorno è nata un’amicizia, una complicità e è stato uno dei giorni in cui mi sono sentita parte di qualcosa. Quando vivrò a Dakar, Pape sarà li con la stessa voglia di parlare e di ascoltare di quella sera. E’ una delle ragioni che mi fan stare bene e sentire al sicuro.

Non scorderò la violenza con la quale Daour voleva imporre il suo punto di vista senza neanche dare argomentazioni valide. E non scorderò mai le risate mie e di Pape alla vista di ogni vena del collo di Daour che si gonfiava. Un alleato. Ne avevo proprio bisogno. A volte a Dakar mi sento molto sola. Non lo nascondo e non lo negherò mai. Pape mi ha dato grandi soddisfazioni e quel giorno ho sentito di volergli proprio bene.
Ho un nipote a Dakar. E questo è uno dei motivi per cui comincio a pensare anche io che “ça ira”.

(Scritto il 13 settembre 2009)